Prosa Racconti

Contingenze


– Allora siamo d’accordo? Chiamo in direzione per comunicare che coprirai tu il mio turno.
Mugugno un sì.
– Nessun’altra può sostituirmi e purtroppo Andrea ha questa varicella che non vuole saperne di andar via – si lagna, si giustifica: che palle, riesco solo a pensare. – Non sai che favore immenso mi fai. Dio te ne renderà merito.
In verità, in verità ti dico: Dio mi sta punendo con questa tua richiesta, vorrei risponderle e invece sento la mia voce dire:
– Non preoccuparti, lo faccio volentieri.
Attacco il telefono senza salutare. Con un gesto di stizza, mi libero dalle coperte, prendo dalla sedia la divisa e, a cadenza regolare, sentenzio un vaffanculo. Sento montare la rabbia e solo dopo aver ingollato un caffellatte, urlo nel lavandino della cucina:
– Malattie esantematiche del cazzo!
Sono dieci giorni che Melina continua a chiedere a noi altre nullipare di darle il cambio perché il figlio è ammalato. Come se noi non avessimo altri impegni se non quello di pulire cessi e rifare letti in un albergo. Lei, poverina, non ha avuto alternative – o non le ha volute avere – ma io (cazzo!), mi sto sbattendo da tre anni tra master, tirocini, questo lavoro di merda e uno straccio di vita sociale per avere qualcosa di meglio che mi ripaghi di tutto quello che sto sacrificando. Una sola cosa chiedo: la domenica libera. Un sacrosanto giorno di nullafacenza cosmica tra dormire, contemplare il soffitto e mangiare sul divano. E invece no! Oggi, domenica, mi hanno tolto la mia domenica.
Timbro l’entrata, prendo il mio carrellino, infilo i guanti da lavoro, sbuffo un’ultima volta e lascio che abbia inizio la danza di un mantra: raccattare gli asciugamani sporchi, detergere i sanitari, controllare che saponette, flaconi di bagnoschiuma e shampoo siano ancora al loro posto, o già lontani nel beauty case di avari turisti e, in caso contrario (sempre), rimpiazzarli. Poi passo a vuotare cestini, scovare dimenticanze degli ospiti in armadi, cassetti e altri pertugi del mobilio, passare l’aspirapolvere e cambiare le lenzuola. E poi via, seconda stanza.
Così fino all’ultima e fino alle 17.00, ora in cui mi accascio sull’ultimo letto che ho appena rifatto e che profuma di lavanda. Chiudo gli occhi e mi assale un profondo torpore. Sono combattuta da un dubbio amletico: cedere o non cedere alla sonnolenza? Ancor prima di potermi dare una  risposta sono già in corridoio ad imboscare il carrello in un anfratto e a impostare la sveglia sul cellulare alle 18.00.
 
Scuoto la spalla della giovane donna in divisa. Niente.
Nell’accendere la luce, me la sono ritrovata distesa su quello che dovrebbe essere il mio letto. Dopo alcuni secondi in cui me ne resto lì imbambolato a fissarla dormire, realizzo che l’unica cosa sensata da fare è svegliarla. Nel momento stesso in cui le mie sinapsi elaborano questo pensiero, un altro è già stato partorito: e se fosse morta? Con questo interrogativo, do il via ad un turbinio di angosciose congetture: sangue o, ipotetiche, armi del delitto, in giro non ne vedo. Ma questo non significa nulla: la morte può sopraggiungere anche per cause naturali. Così, timoroso, avvicino l’indice sotto le sue narici e, quasi sorpreso, constato che lei respira ancora.
Perché devi essere sempre così drammatico? Guarda che non siamo in uno dei tuoi romanzi, questa è la vita vera, se non te ne fossi accorto.
Mi sembra di sentirla la voce della mia ex moglie. Sospiro e mi decido a svegliarla.
 
– Signorina! – sento la voce di qualcuno che mi chiama e una mano che mi scuote la spalla.
 
– Signorina! – chiamo ancora. Ecco, finalmente mi ha sentito.
 
Sgrano gli occhi e in una manciata di secondi realizzo che qualcosa non ha funzionato: la sveglia! Non l’ho sentita o non ha suonato? Poco importa, devo catapultarmi fuori da quella stanza. Mi passo il dorso della mano ad un angolo della bocca per asciugare un rigagnolo di saliva, mi alzo in fretta e comincio a recitare:
– Sono davvero mortificata. La prego di scusarmi. Sono assolutamente ingiust…
 
Oh cristo santo! Ma si può essere più disadattati di così? Si è tirata su troppo in fretta e ha perso i sensi. Ci mancava questa oggi.
La adagio sul letto. Alzo le gambe e la gonna ricade sulla vita: cerco di non soffermarmi sulle autoreggenti e le mutandine bianche.
 
Non ricordo come sia finita sul letto con le gambe all’aria. Vuoto, buio. Forse fatico a capire anche dove mi trovo. Ma perché questo vecchio mi schiaffeggia.
 
– È andata giù come una pera cotta. Si è alzata troppo velocemente.
Mi guarda inebetita e annuisce: è chiaro che non sta capendo un cazzo di quello che le sto dicendo.
– Beva un po’ d’acqua – e le avvicino una bottiglietta presa dal frigo bar.
– Riposi un po’, ok? – di nuovo annuisce e nel giro di qualche attimo è risprofondata nel sonno. Pare una Biancaneve moderna.
Possibile che per te tutto sia una storia da scrivere o riscrivere?
Rieccola la voce dell’ex. Se continua così dovrò consultare uno psichiatra. Scaccio questa incombente eventualità urlando a vuoto:
– Sta’ zitta stronza!
La ragazza mugola. Ho bisogno di alcol, penso, e mi fiondo al telefono per ordinare qualcosa di forte. Pochi minuti dopo un giovanotto mi consegna del rum. Senza ringraziare gli sbatto la porta sul viso.
– Sono stato carino con la tua collega, non posso esserlo anche con te – borbotto versandomi da bere. Ho bisogno di rilassarmi, di vuotare la testa. Spengo le luci e mi siedo sulla poltrona. Butto giù il primo mezzo bicchiere. Tamburello le dita sul bracciolo e fisso distrattamente il profilo di quell’estranea. Cerco la bottiglia a tastoni senza distogliere lo sguardo.
E penso.
Va tutto come dovrebbe: il mio romanzo è alla seconda ristampa e verrà tradotto anche in Cina. La mia casa editrice ingrana: davvero tutto alla perfezione
Mi alzo e mi distendo accanto a lei. Le sfioro i capelli.
– Tutto alla perfezione, a parte la vita vera.
La guardo come per attendere una qualche risposta, ma lei dorme.
Mi tradiva quella succhiacazzi. Con tutti quelli della mia cerchia: editor, scrittori, forse anche qualche mio amico. Io sapevo tutto e non ho mai fatto niente. Mai piantato una scenata di gelosia. Mai. E lei che fa? Un bel giorno di punto in bianco cambia la serratura alla porta di casa, della mia casa, che ho pagato con i miei soldi. Mi ha detto che voleva il divorzio, che non mi amava più e che aveva incontrato un uomo che le dava tutte le attenzioni che io ormai, preso dal lavoro, non le concedevo più. In due parole: scopava meglio di tutti quegli altri.
Sbuffo.
È un anno che vago tra i più disparati alberghi della città e casa di mia madre. Poverina: è completamente rincoglionita.
Non smetto di guardarla. È giovane. È bella. È supina. Un braccio penzola fuori dal letto. Con l’indice le tocco la fronte, il naso, le labbra, il mento. Poi il collo. Mi metto a sedere e continuo il mio viaggio sul corpo inerme di lei. La pancia. Le mutandine. Le scosto. Non sento peli e mi viene duro.
Sbuffo di nuovo e mi lascio cadere sul letto.
Farnetico altre cose. Altre storie. Poi mi addormento anch’io.
 
È la vibrazione del cellulare a svegliarmi. È sul comodino. Lo afferro e leggo l’ora: le 4.00 del mattino. Mi giro dall’altra parte del letto e la luce proveniente dalla finestra illumina la sagoma di un uomo disteso accanto a me.
– Porca troia – sussurro. In un secondo i ricordi diventano chiari. Sono tentata di scuoterlo e chiedergli di non sputtanarmi, ammesso che non l’abbia già fatto, ma se così fosse con buone probabilità sarei già stata licenziata e mi troverei sotto le coperte del mio letto. No, il vecchio non ha parlato. Lo guardo. Però, mica male il brizzolato. Quanti anni avrà? Una cinquantina, forse. Un momento!
– Porca puttana! – e questa volta non sussurro. Si sveglia, si passa una mano sopra la faccia e con voce impastata, mi domanda se sto meglio.
Balbetto un sì.
 
– Non si preoccupi signorina, non dirò niente – sembra terrorizzata. – Può capitare di addormentarsi a lavoro.
 
– Ma lei è…? – non riesco a finire la frase.
 
– Sì, sono lo scrittore –rispondo renitente.
 
Lui è lo scrittore! Ha pubblicato una ventina di saggi, sette romanzi, scrive per non so quanti quotidiani e ha messo su una casa editrice alla quale una settimana fa ho inviato il mio manoscritto. Ma quali meriti? Dio mi vuole punire veramente e non in questa vita o in un’altra, proprio in questo momento.
 
– E lei è?
 
– La cameriera d’albergo che non avrebbe dovuto essere qua.
 
Sorridiamo.
 
Si mette a sedere e guarda il pavimento: forse sta cercando le scarpe. Poi torna a guardarmi e di nuovo sorridiamo.
– La prego, resti. Può dormire ancora. Possiamo parlare, se vuole. Ma non se ne vada. Mi tenga compagnia per questa notte – la mia più che una richiesta è una supplica.
 
Mi alzo e sbottono la camicia.
 
– Ma no, che ha capito? Non alludevo a quel tipo di compagnia – e intanto ho un’altra erezione. Mi sta venendo il dubbio che i pompini all’ora di pranzo della mia segretaria non valgano completamente nell’accezione del fare sesso perché adesso ho proprio voglia di scoparmi questa stronza di cameriera.
Ora sta abbassando la gonna: eccoli di nuovo gli slip. Toglie tutto, anche il reggiseno.
– Le ho già detto che non dirò nulla – ma non c’è convinzione nella mia voce. Il sangue ormai scorre altrove, non irrora più la mia corteccia cerebrale.
 
Sta dicendo qualcosa ma non lo ascolto. Riesco ad avere solo la lucidità di dirmi che sicuramente sto facendo una delle mie solite cazzate. Sì dottoressa, giovedì prossimo, le parlerò di come anche questa volta sono stata, per usare le sue parole, un kamikaze che si autosabota. O forse no.
Non penso più, avvicino la mia bocca al suo orecchio e in un bisbiglio quasi impercettibile gli dico:
– È tutto il giorno che mi sembra di essere all’inferno, cosa vuole che sia un peccato in più? 

Photo by Marten Bjork on Unsplash


Francesca Gentile è nata a Taranto l’08/06/86. Diplomata al liceo classico nel 2005, si iscrive alla facoltà di scienze biologiche a Firenze (città in cui attualmente vive) qualche mese dopo e consegue la laurea magistrale (3+2) nel 2014 in ambito biosanitario. Attualmente si occupa di controllo qualità in un’azienda farmaceutica. Nonostante le sue scelte ad indirizzo scientifico, non ha mai abbandonato il suo amore per le lettere tanto che durante gli anni dell’università ha scritto racconti pubblicati in un giornale online dell’università (“Unicittà”). Per qualche mese si è anche cimentata come speaker radiofonica per una radio web (RadioFleur). [Ad oggi Radiofleur e “Unicittà” non esistono più]. Nel 2019 partecipa come intervistatrice al Festival Firenze Rivista e da quel momento in poi, dopo qualche anno di inattività, causa lavoro, riprende a scrivere racconti e recensioni che compaiono sulla rivista “biroconlaccento”.