Prosa Racconti

Il cavallo


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Mi ordinano di recuperare il cavallo. «Dove?» chiedo io. «Nella terra di nessuno» rispondono. «Dove?» chiedo ancora sporgendo di poco il busto in avanti. Dalla mia voce trapelano sconforto e malcontento. «Oltre il nostro confine, a poche centinaia di metri al di là della trincea, in direzione nord» rispondono seccamente. Sono giorni di attesa e stasi, il nemico va riorganizzandosi in previsione di un ulteriore attacco, quello risolutivo. Noi siamo troppo pochi e mal equipaggiati per poter anticipare le loro mosse future e sconvolgere i loro i piani. Dobbiamo solo resistere e aspettare i rinforzi che giungeranno a breve, entro un paio di ore, almeno così dicono le voci.
La linea di demarcazione che separa la vita dalla morte si fa così sottile durante certi giorni di guerra che diventa impossibile riconoscere se si è già morti o se si è ancora vivi. Si procede inconsapevolmente, vicari di sé stessi, ignari e impotenti, all’interno di una bolla ovattata che attutisce i rumori assordanti e li trasforma in pulsioni, flash, rimbombi indistinti. Ora nel bel mezzo di quella linea, all’esterno della mia bolla asfittica, è situato un cavallo e la traccia che mi riporta indietro ai tempi di ignara spensieratezza, quando i clamori provenienti dalla strada non facevano per nulla paura, si fa sempre più labile, risicata. Il cavallo vuole continuare a vivere, anche io voglio continuare a vivere. Figli disgraziati, di certo meritiamo entrambi giorni migliori. Un cavallo nella terra di nessuno, fermo da almeno due giorni nella sterpaglia melmosa, incastrato nei rovi metallici e tocca a me andarlo a prendere, a me solo.
Già ci sono il freddo, la fame, la paura di rimanerci stecchiti, il fetore, i caporali ottusi, la polvere che ostruisce i polmoni, i turni di guardia in cui si congela gran parte del corpo, la nostalgia della famiglia, la dissenteria, gli amici morti da un momento all’altro, la vigliaccheria, i soprusi vari, l’ignominia di uccidere altre persone, i pianti improvvisi, la tosse, ora anche un cavallo. Ma i comandi dei superiori non si discutono, specialmente i più nobilitanti, come quello da me ricevuto. Salverò questo cavallo sottraendolo alle mire crudeli del nemico, alla carneficina provocata dall’imminente attacco notturno. Si tratta di onore, lealtà e rispetto.
Non è importante sapere a chi appartenga il cavallo, come sia arrivato lì, a circa quattrocento metri oltre il nostro filo spinato. L’importante è che io lo riconduca sano e salvo nei nostri cunicoli sotterranei. Da lì lo rispediranno in piena sicurezza nelle retrovie, affidandolo alle cure di qualche maggiore. Una buona occasione per un soldato semplice, ultimo degli ultimi, di dimostrare tutto il suo valore, di riscattare la categoria. Insperata occasione di cui farei volentieri a meno.
Un sottufficiale mi conduce verso la scaletta posta più a nord. Una volta saliti in superficie mi indica il sentiero che aggira le barriere di legno e metallo e i fitti gomitoli che costituiscono la nostra estrema recinsione. Mi dà una pacca sulla spalla e proferisce parole senza alcun sorriso, «buona fortuna». Deglutisco a fatica e mi metto in marcia. Dopo qualche passo mi giro per vedere se sia ancora lì ma non riesco a vedere nulla, la nebbia è talmente densa e lattiginosa che mi è impossibile scorgere persino le punte degli scarponi. Procedo lentamente, a tentoni, le braccia allungate in avanti per un superfluo istinto di difesa che mai potrebbe salvaguardarmi da una scarica di mitragliatrice inaspettata.
Il terreno, già di per sé fangoso, a causa dell’insistente pioggia dei giorni scorsi si è trasformato in un pantano vischioso che rallenta il piede e appesantisce l’andatura. Avanzo un passettino alla volta, tentando di fendere la spessa foschia con lo sguardo, ma è tutto grigio e marrone davanti a me. Dovrei sentire un nitrito squarciare questo silenzio raggelante di metà pomeriggio, dovrei sentire il rumore di un fiato pesante, una coda sbattere sulla coscia, eppure sento solamente il mio cuore salirmi in gola, il battito accelerato, due goccioline di sudore rigarmi la fronte. Poi lo intravedo finalmente e sembra più una visione, un miraggio, che un’immagine vera, tangibile. Una sagoma scura e oblunga che si staglia nel nulla di un pallido crepuscolo. Il profilo del cavallo s’imprime alla mia retina affaticata come un’ombra priva di consistenza sul terreno paludoso irradiato da venature rosso carminio. Devo concentrare lo sguardo di fronte a me per poter vedere nitidamente. Fiero e impassibile nonostante sia denutrito e assetato, se ne sta immobile col muso leggermente abbassato, gli occhi enormi aperti a fissare la terra sotto di sé e gli zoccoli affondati nella fanghiglia. La criniera castana scende fluidamente sulla parte sinistra del collo, coprendone una porzione. In un primo momento finge di non vedermi, drizza la coda e la lascia sollevata per alcuni secondi. Mi appropinquo con la massima attenzione, placidamente comincio a stendere la mano per potergli carezzare con molta calma prima la groppa, poi il fianco e infine il muso imbrigliato. Devo farmelo subito amico altrimenti potrebbe scalciare e scappare via o addirittura colpirmi e gettarmi all’aria.
Il nemico ci sta osservando al di là della radura, ne sono convinto, aspetta solamente un gesto inconsulto. Il cavallo è maestoso, un giovane purosangue inglese perfettamente curato. Si desta un poco quando mi vede ormai in prossimità e sposta leggermente gli zoccoli anteriori, poi tira su il muso e mi osserva, muovendo le narici in maniera tale da decifrare il mio odore. Io sono fermo a pochi metri e aspetto il segnale decisivo. Dopo alcuni istanti il cavallo abbassa nuovamente gli occhi e il collo, indirizza la coda nera verso di me e tira su gli zoccoli infangati. Senza nessuna fretta mi avvicino sino a sentire il calore che emana il suo respiro, gli accarezzo il dorso con la mano destra, una, due, tre volte, poi poggio la mano sinistra e la strofino sul muso curvato, un movimento delicato e accorto che ripeto sino a quando capisco di averlo convinto della mia bontà.
In questo momento senza tempo, buio e siderale, il cavallo non è di nessuno, senza padroni e senza lacci, solo una briglia sciolta sul muso. Libero e però fermo, impossibilitato a muoversi. Libero ma non davvero libero, in prossimità di una morte potenziale che ci riguarda tutti, uno per uno. Eppure, ora che l’ho trovato e mi è apparso così bello, sicuro e docile la mia preoccupazione è a poco a poco scemata, s’è placata come il vento che spira da sud. Per alcuni attimi ho come l’impressione che sarà a lui a salvare me, sarà lui a ricondurmi a casa. Intuisco che non ci accadrà nulla e che rientreremo tranquillamente nella nostra trincea. Perché dovrebbero sparare a un a cavallo? Per uccidere me, un povero soldatino senza arte né parte? In una battaglia come questa un cavallo vale ben più di un soldato. Vorrebbero prenderlo loro? Allora perché non hanno mandato qualcuno prima? Il cavallo appartiene alle nostre scuderie, ma era posizionato quasi a metà del campo di battaglia, a poche centinaia di metri dal loro avamposto, avrebbero potuto recuperarlo senza eccessivi sforzi. Forse hanno pensato che non ne valesse la pena, che in fin dei conti non fosse il caso di rischiare, ma ora non possono certo impedirmi di portare a termine il mio compito. Anche loro, fino a prova contraria, sono esseri umani, veri quanto me, spauriti, affamati, feriti e stravolti quanto me.
Non può succedere più nulla, nulla che non sia già successo. Oltre i confini, nella terra di nessuno, priva di nome o di chiara valenza geografica, si interpreta un dramma che va ben al di là delle strategie e delle tattiche militari, fondato sul rispetto dell’uomo per l’uomo prima che sul rispetto del soldato per la propria divisa. Uccidere, uccidere, uccidere, salvare. Domani su questo lembo incancrenito di terra moriranno migliaia di uomini e le loro carcasse si mischieranno senza distinzione di casacca o rango. Oggi no, oggi il tempo sospende il fiume di sangue e congela le mosche che arriveranno a nugoli. Nella quiete assordante di questo pomeriggio autunnale si consuma un atto sovversivo, preserviamo la vita e non la morte. Questo cavallo che ora ho davanti, un cavallo qualsiasi, sperduto e incosciente, è forse l’ultimo simbolo di speranza.
Afferro la briglia di cuoio con la mano sinistra mentre con la destra continuo ad accarezzargli il manto, nero come la notte che ci aspetta da lì a poche ore, e ci mettiamo in cammino con passo cadenzato. Prego a denti stretti, prego le stelle annuvolate affinché ci conducano sani e salvi indietro. Il silenzio ci scorta, insieme con un freddo assassino, sino alle difese di filo spinato. Nei pressi della scaletta mi aspetta un attendente che mi sorride e mi dà una pacca sulla spalla. «Ottimo lavoro» mi dice facendosi dare in consegna il cavallo. Lo accarezzo un’ultima volta, adesso con maggior forza, accostando il mio volto al suo e tenendo fisso il mio sguardo sui suoi occhi liquidi e irrequieti.
«Dove lo porteranno?» chiedo con la voce rotta, la mandibola che trema in maniera incontrollabile. «Verrà ricondotto al suo padrone, all’accampamento centrale» risponde l’attendente dandomi le spalle. Sono stremato e piango senza voler piangere. Il mio corpo piange senza che io lo voglia davvero. Trafelato ed esausto raggiungo il mio reggimento e mi getto a peso morto nella cuccetta. Qualche ora dopo brindiamo con acqua sporca e pane rinsecchito alla mia felice avventura. In attesa che lo scontro cominci mi assopisco con la speranza di poter rivedere il cavallo in un futuro non troppo remoto, ma vengo immediatamente svegliato, strattonato, spintonato. Con il viso contratto e il fiato corto corro fuori a vedere la notte che si incendia.

Immagine: A Reconnaissance, 1902 / Frederic Remington (MET collection OA Public Domain)


Niccolò Amelii è nato nel Novembre del 1995 ad Atri (TE). Dopo aver conseguito il titolo di laurea triennale in Studi letterari e filosofici all’Università di Siena, si è laureato nel 2020 in Editoria e scrittura all’Università La Sapienza. Attualmente è dottore di ricerca in Lingue, Letterature e Culture in Contatto presso l’Università degli Studi di Chieti-Pescara. Collabora con “Flanerí”, “La Balena Bianca” e “Limina”, ha pubblicato articoli saggistici e racconti su diverse riviste e blog, tra cui “Diacritica”, “Nazione Indiana”, “Altri Animali”, “The Vision”, “Kobo”, “Clean”, “Poetarum Silva”, “Pastrengo”, “Antinomie”, “Micorrize”, “Efemera”, “Suite Italiana”, “Sulla quarta corda”, “Grado Zero”, “Scenari”, “Dude Mag”, “Grande Kalma”.