Prosa Racconti

Le case delle ragazze


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Mi sveglia l’allarme del telefono poggiato sul piano-bar, lontano dal letto. È spento ma la sveglia suona comunque: benedetta tecnologia!
Mi alzo, mi dirigo verso il suono, lo stesso che sento tutte le mattine da circa due anni. Percorro qualche passo, cinque al massimo. Trovo la fonte, premo distrattamente il dito sullo schermo sperando che quel suono maledetto si arresti. Ho ancora gli occhi annebbiati, sarò sveglio da trenta secondi al massimo, il torpore è tale che non capisco nulla. Azzecco la combinazione, il rumore cessa. Mi calmo, respiro, sento un fastidioso freddo risalire lungo i tendini: è il contatto mattutino dei piedi scalzi con il pavimento nudo. Questa spiacevole sensazione mi desta un poco. Allora metto a fuoco la vista e rifletto: questa non è casa mia!
Per un attimo penso: “Ma dove diavolo sono?” Poi capisco. Giro la testa verso il letto e vedo un caschetto di capelli biondi posati sul cuscino, inspiegabilmente composti, indifferenti ai disordinati sconvolgimenti notturni.
Due palpebre chiuse, narici piccole, labbra carnose. Il corpo è avvolto in una coperta rossa. Sul piano-bar noto una sigaretta lasciata a metà; la accendo, faccio tre tiri ed ecco che m’investe un’improvvisa, nuova ondata di sonno. Spengo la sigaretta, vado verso il letto, abbraccio C e mi arrotolo con lei sotto la coperta.

Quando riapro gli occhi, al mio fianco non c’è nessuno. Sento però dei rumori provenire dal lato più lontano del monolocale. Ho la vista offuscata ma riconosco C seduta su uno sgabello di fronte al piano-bar. Ha un accappatoio bianco. Ha una ciotolina di ceramica in mano, mi sale al naso l’aroma di caffè. La colazione. Le dico un “Bonjour” che esce roco, poi però le bisbiglio alcune frasi dolci che la convincono ad alzarsi e a venire verso di me. Si distende al mio fianco, ci abbracciamo forte.

C esce a fatica dallo stretto box doccia in cui siamo teneramente ingabbiati. Io resto a godermi ancora qualche gettata d’acqua calda. Continuiamo il discorso così: lei, nuovamente avvolta nell’accappatoio bianco, gira di qua e di là per il monolocale; io parlo forte e tendo le orecchie per vanificare lo scroscio dell’acqua. Finalmente esco, mi asciugo, mangio prima metà pompelmo che mi ha preparato C e poi un pain au chocolat che ho comprato ieri sera, mentre sorseggio il caffè fumante. Lei deve uscire, è in ritardo per il lavoro. Mi lancia le chiavi del monolocale mentre si passa un leggero velo di rossetto e mi dice di lasciarle nella cassetta della posta numero 46 una volta uscito. “Ah, ricordati di chiudere con doppia mandata, non si sa mai.” Mi dà un ultimo bacio sull’uscio e se ne va. La porta si chiude alle mie spalle mentre risuona un’ultima raccomandazione: “Ne range pas!”, ovvero “Non riordinare!”.

Sono solo, completamente solo in una casa che non è la mia. Sono solo nella casa di una ragazza! Questo pensiero mi mette d’ottimo umore e comincio a pensare: quante C mi hanno lasciato sul pianerottolo chiavi-in-mano con alcune vaghe indicazioni che rimbombano per l’androne? “Controlla il gas prima di uscire, grazie”
“Potresti rifare il letto? Il letto! Il lettoooooooo”
“Non preoccuparti per il letto, lo rifaccio io stasera, quando torno!”
“Close the kitchen window, please!”
“N’oublie pas de nourrir le chat, s’il te plait!”

Solo, chiuso nell’universo di una ragazza, cerco di impadronirmi dei suoi spazi, di indovinarne le manovre quotidiane, le abitudini. Apro gli armadi, odoro i vestiti, trovo il diario segreto ma lo lascio ben chiuso, senza leggerlo. Non ho mai osato violare le vite nascoste. Apro le finestre, giro una sigaretta e bevo un altro caffè.
Nel monolocale di C, trovo del Patafix. Rovisto tra i libri sparsi per trovare qualcosa di colorato da attaccare alle pareti troppo anonime: la presentazione di uno spettacolo, una foto ricordo, un articolo ben scritto da ritagliare da un vecchio giornale. Noto che sul piano-bar c’è il segnalibro plastificato che le ho regalato qualche settimana fa: attaccherò quello.
Mentre premo i pollici sul muro, penso all’ultima frase lanciata da C prima di sparire dietro il corrimano delle scale: “Ne range pas!” È strano, mi conosce da poco, sarà la terza o quarta volta che mi affida casa sua, eppure ha già percepito la mia ossessione per l’ordine e la pulizia. Sa già cosa farò in sua assenza.

Riordinare le case delle ragazze è forse il mio passatempo preferito. Scopro ogni volta qualcosa di nuovo: strani oggetti, indumenti dalle forme più varie, biglietti di vecchi amanti e di amiche del liceo.
Le case delle ragazze sono quasi sempre in disordine. L’armadio ne ha uno tutto suo: non è diviso secondo la logica della funzionalità – ovvero, un ripiano per le magliette, uno per i pantaloni, uno per i maglioni, un cassetto per mutande e calzini e l’altro per reggiseni e canottiere – bensì in ordine di priorità: le cose più visibili sono quelle utilizzate più spesso, mentre negli angoli bui di recondite mensole si trovano tessuti appallottolati e induriti dal tempo, ma anche capi firmati e preziosi, troppo sgargianti per essere portati quotidianamente: una coppia di calzini spaiati e impolverati è a contatto con un vestito giallo comprato apposta per una ed una sola festa.
In realtà, all’epoca della sua prima disposizione, l’armadio era stato organizzato secondo la pratica logica della funzionalità, ma la frenesia della vie en rose ha snaturato col tempo il rigore celeste, rendendo quella scatola di legno un vortice senza fondo di lane e cotoni e pelli (e finte-pelli, polsini ricamati, sciarpe, tessuti, cappucci, jeans, leggings, collant, camicie, body…). Guai a sconvolgere il Nuovo Equilibrio!
Allora rifaccio il letto e raccolgo i vestiti sparsi per la casa, li piego ad uno ad uno e li ordino in pile sopra al materasso: pantaloni con pantaloni, camicie con camicie, mutande con mutande. Ci penserà lei a trovarne la giusta sistemazione.

Passo ad altro: la cucina. Ogni oggetto concavo, non infiammabile e di piccole dimensioni ricopre al contempo il ruolo di tazzina da caffè e posacenere. Ci vuole una doppia lavata. Le dispense hanno subìto all’incirca lo stesso trattamento dell’armadio, quindi ecco che i tovagliolini a fiori si confondono coi piatti, lo scompartimento dei coltelli non so più se sia quello di destra, centro o sinistra… quel bicchiere di vetro ha ancora un alone di rossetto: lo metto nel lavello insieme alle pentole della sera prima.
Inzuppo la spugna nel detergente, mi metto a petto nudo per non sporcarmi la camicia, alzo il volume della radio. Insapono, risciacquo, asciugo, poi passo il cencio sui fornelli, sul piano-cucina, sul piano-bar.
Entro nel bagno: stendo il tappetino sullo stipite della doccia per farlo asciugare, tolgo il rotolo di cartone dal porta-cartaigienica e ne metto uno d’intonso, con la linguetta scollata, pronto all’uso. Già che ci sono, mi lavo i denti.

Un Ordine comincia a profilarsi in questa casa di ragazza ma sento che il mio compito non è ancora finito. Mi dirigo verso la libreria e comincio l’Impresa Finale.
Ormai la conosco a memoria, questa libreria. È stata il mio primo oggetto d’analisi quando ho messo piede in questo monolocale. Poco fa, mentre cercavo dei biglietti colorati da attaccare alle pareti, le ho dato una rapida ripassata. Ora devo fare il grosso. Ho già un’idea in testa per la nuova disposizione: ordinerò i libri in senso cronologico. Anzi, in ordine di fama, dal più celebre al più sconosciuto. O forse è meglio in ordine di nazionalità e d’autore, come nelle biblioteche. Minchia! Non so proprio scegliere… Calma, non mi devo agitare. Finalmente mi decido: dapprima tolgo tutti i libri, poi li raggruppo sulle mensole per casa editrice. Semplice, estetico.

Do un’ultima ripassata al pavimento con la scopa, un giro d’ispezione per controllare che sia tutto apposto. Mi sento felice e soddisfatto.
Scrivo un biglietto simpatico e affettuoso, lo firmo, lo lascio sul piano-bar.
Penso a lei, a quando stasera tornerà a casa e la troverà così arrangiata. Spero che le faccia piacere, nonostante l’imperiosa raccomandazione: “Ne range pas!”.


Francesco Magon nasce nel 1995 a Treviso. A 20 anni lascia Mogliano Veneto e si trasferisce a Bologna e poi (2017) a Parigi. Nel 2019 fonda Letteraturite, rubrica radiofonica per Aligre FM (93.10) dove lavora come presentatore e tecnico del suono. Lo stesso anno è redattore presso il giornale giuridico “Leaders League” e, nel 2020, partecipa al progetto editoriale «L’Italia del Père-Lachaise» (Skira editore). Quando non perde il suo tempo tra giri in bici, cinema, bar, librerie, parchi e campi da calcio, frequenta i corsi in Teorie della letteratura della Sorbonne, dov’è iscritto. Nessuna allergia da segnalare, tranne un’intolleranza a certi –ismi (tra i peggiori ricordiamo: perbenismo, servilismo, razzismo, populismo, estremismo, estetismo etc.), ai luoghi comuni e alle banalità.


Foto di Francesco Magon