Letteratura

Louis-Ferdinand Céline: il grottesco dolore di un secolo


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Il dottor Destouches, per chi non lo conoscesse, è stato un medico francese, laureatosi nel 1924 all’università di Rennes con una tesi quasi romanzesca che racconta la travagliata esperienza del dottor Ignàc Semmelweis, l’eroe scientifico deriso dai colleghi della scuola viennese per aver affermato che sarebbe bastato lavarsi le mani per ridurre la febbre puerperale nelle cliniche ostetriche. Una teoria che incomprensibilmente pagò a caro prezzo, tanto da essere ostracizzato, isolato e schernito da molti dei luminari a lui contemporanei. Infatti, il medico ungherese, non riuscendo a dimostrare la grandezza della sua idea, dopo una lunga ma infruttuosa lotta morì in povertà e depresso, con un demoralizzante complesso di inferiorità nei confronti di quella stessa accademia che aveva sciupato il suo genio.

Ora, alcuni di voi, i più distratti forse, leggermente stizziti storceranno il naso, timorosi di essere incappati nel solito, ormai quotidiano, articolo di divulgazione scientifica. Ma non c’è nulla da temere, il suo genio, il dottor Destouches, in arte Louis-Ferdinand Céline, non l’ha donato alla medicina, ma alla letteratura. Quel buon diavolaccio di Céline è infatti uno degli scrittori più controversi e deliranti del Novecento. Un genio anarchico e irriverente che ha saputo interpretare il ventesimo secolo sviscerandolo attraverso la sua esperienza esistenziale. Ha partecipato alla Prima guerra mondiale, dove è stato ferito; ha lavorato nelle piantagioni in Africa; ha avuto modo di osservare l’estraniante lavoro nelle fabbriche nel nuovo mondo e, infine, dopo aver assistito all’esaltazione dei nazionalismi ha visto nell’odio l’unica possibilità di ripresa del genere umano. Céline, dunque, attraverso la sua vita e la sua scrittura incarna le contraddizioni di un secolo, anche se, per anni, proprio a causa della gretta arroganza ideologica del mondo intellettuale – paradossalmente un po’ come è successo al protagonista della sua tesi di laurea – gli è stato negato il giusto riconoscimento.                               

 

Céline è uno degli scrittori più controversi e deliranti del Novecento

È effettivamente complesso definire una personalità esplosiva come quella di Louis-Ferdinand Céline. Il medico-scrittore francese è un eversivo che ha in odio il potere e le grame convenzioni borghesi, ma come tutti è costretto a fare i conti col meccanismo omicida del controllo sociale, che non ammette defezioni diverse dalla morte. Ma, seppur affascinato dalla fine ultima, non fa che differirla, difendendo fino allo stremo, spalle al muro, la vita. Per questo motivo, Céline, stregato dall’ansia di non poter conoscere tutto, ubriacato da quel paranoico senso di insicurezza tipico di chi si sente costantemente inseguito, si spinge ogni volta più in là, e in questo modo scopre la guerra, l’Africa, l’America, ma niente gli appare come sembra, tutto traspare perpetuamente logorato dalla morale borghese, e si vede costretto ad accettare una buona volta che la tanto bramata pace non è realizzabile e che quell’incessante, morbosa, ricerca della vita non è altro che una frenetica e grottesca corsa verso il dolore, che culmina, tra un patema e l’altro, nella morte; nondimeno incapace di salvarsi, come chiunque, o morire, si chiude in sé stesso alimentando sempre più le angosce che lo devastano.

Dopo le lunghe peregrinazioni, quindi, ormai disilluso, nel 1928, si stabilisce a Montmartre, al nord di Parigi, dove diventa medico dei poveri in uno dei rioni più devastati di Parigi; tuttavia, povero tra i poveri, è inadeguato alle vesti del salvatore e si scopre incapace a chiedere del denaro per aiutare coloro che hanno come unico bene la vita, così, tra i malati, come un santo, si ammala, si immiserisce e si affligge. Proprio in questi anni, Céline, nobilita la malattia e il dolore a bene supremo. Si ritrovava, da sopravvissuto, a proprio agio solo nel reiterare incessantemente l’avvisaglia di un’apocalisse, e disorientato, quasi annichilito dalle sue paure, sfocia nella misantropia, sguazzando nei grandi disastri del suo tempo che non fanno che ricordargli la miseria morale in cui vive. Durante questo buco nero esistenziale prende forma il suo capolavoro Viaggio al termine della notte. Il romanzo è per l’appunto un grottesco calco di un mondo difettoso in continuo inarrestabile declino, tratteggiato attraverso una prosa sincopata ma esatta che rievoca un perfetto ed eccitato balletto geometrico.

Col passare degli anni le paure dello scrittore si fanno sempre più intense, e cavalcando l’onda dell’odio raziale, ancora una volta interiorizzando il contingente, si convince che gli ebrei stiano architettando un piano segreto per danneggiarlo. Così dal 1937 al 1941 scrive tre pamphlet – che si limiterà a definire “degli esercizi di umorismo nero” – in cui, nonostante l’abominevole materia trattata e i numerosi cliché raziali, il linguaggio si fa sempre più potente e il gergo, innalzandosi poeticamente a musica, diventa letterario, così caricaturale da risultare quasi una scalmanata presa in giro dell’antisemitismo. In ogni caso, per quanto queste opere siano ideologicamente pericolose è giusto domandarsi il perché di una tale ossessiva attenzione della censura nei confronti di questi tre pamphlet, tanto da essere puniti biasimandoli persino più del Mein Kampf.

Il medico-autore francese era un antisemita, non c’è dubbio, e non c’è difesa che tenga; è ingiustificabile e le agiografie vanno senza dubbio condannate, eppure si può ben dire che Céline non abbia fatto altro che amplificare le storture del suo tempo: urlando, cantando e scrivendo di quegli ardori collettivi tipici del Novecento. La sua scrittura, pertanto, anche quando contraria ai nostri principi, non può essere ridotta in semplice e sprezzante chiacchiericcio ideologico, poiché quei sentimenti, che all’epoca erano purtroppo largamente condivisi, nella sua prosa divampano, esplodono, nel marasma delle loro stesse contraddizioni. La letteratura di Céline è il frutto di un vitalismo nostalgico esecrabile, ma che fa parte del nostro passato. Un ritratto vivido e allo stesso tempo grottesco della realtà che ci descrive l’individuo nudo e crudo e il progresso senza sviluppo di un’umanità allo sbaraglio. Un passato in fondo non ancora superato.


Giuseppe Maria Marmo, classe 1993, è cresciuto in un piccolo paese nella provincia di Salerno. A 19 anni molla tutto per trasferirsi a Bologna, dove trova il tempo di laurearsi in Lettere. Follemente innamorato della città rossa, dopo tre anni o poco più la abbandona con frasi del tipo: “non sei tu, sono io, sei troppo per me”, e altri infiniti luoghi comuni. Nel 2017 si trasferisce a Roma, dove si laurea in Editoria e scrittura e dove ha seguito un Master in Grafica Pubblicitaria, Editoriale e Web Design. Nella vita vive, ma ci sta stretto, nel tempo libero scrive, legge, guarda film, ascolta musica, scatta foto e cerca di conquistare il mondo.


Immagine: M.F.Céline, prix Théophraste Renaudot (1/2 corps) : [photographie de presse] / Agence Meurisse – fonte biblioteca digitale Gallica al link: M.F.Céline, prix Théophraste Renaudot (1/2 corps) : [photographie de presse] / Agence Meurisse | Gallica (bnf.fr)