Prosa Racconti

Una stanza, due persone


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There were bells on a hill
But I never heard them ringing
No, I never heard them at all
Till there was you

Quando sentì bussare alla porta, due toc rapidi, M si era appena destato da un sonno breve ma concitato, popolato da ombre e sagome scure. Si alzò velocemente dal letto, stiracchiò le membra rattrappite, sistemò con sveltezza le pieghe della coperta e andò ad aprire.
Era V, sorrideva dondolandosi sui calcagni con le braccia nascoste dietro la schiena.
La squadrò per alcuni secondi in silenzio, rimanendo immobile sulla soglia, la mano sinistra sulla maniglia.                                          
– Non mi fai entrare? – chiese V inclinando il busto in avanti.
– Certo, accomodati pure, ti stavo aspettando – rispose M serioso, guardingo, accompagnando le parole con un gesto semicircolare.
– Ho fatto tardi sul set. Temevo persino di non riuscire a venire – aggiunse V con i piedi ancora sul pianerottolo.
Una volta dentro, V appoggiò il cappotto sul letto e fece un lento giro per la camera, le dita delle mani carezzarono le pareti fendendo l’aria. Il suo sguardo cadde obliquo su un bicchiere semivuoto appoggiato sul tavolino tondo del salotto, un giornale e un taccuino intonso facevano da contorno.
– Hai bevuto?
– Solo un goccio di whiskey, per far passare il tempo.
V non ascoltò, si diresse verso la finestra centrale e scostò delicatamente gli scuri. Le luci verdi, rosse e blu abbarbicate ai lampioni come edera colorata emanavano bagliori ritmici che cadevano obliqui sullo scalpiccio frenetico dei passanti. 
– In questa stanza è rimasto tutto com’era, in dieci anni non hanno aggiunto né tolto nulla – disse V con il capo rivolto alla strada sottostante, la spalla destra lambita dalla tenda di lino chiaro.
– Già, solo il panorama è cambiato. Molti più palazzi.
V si voltò, come se obbligata. I loro occhi si incrociarono per un attimo, M si manteneva goffamente in equilibrio sul bracciolo del sofà.
– Come stai? – chiese M a mezza voce, il volto ciondolante tratteggiò una retta ascendente nell’aria, dal pavimento al soffitto.
– Bene, male, bene. Dipende dall’andamento delle riprese e dalle telefonate che ricevo.
– E oggi che telefonate hai ricevuto? – domandò M, tentando di sovvertire una maledizione.
– Nessuna telefonata, ho spento il cellulare.                                           
– L’hai spento per me? – osò chiedere M, percorso da un insperato fremito d’intraprendenza.
– No, non l’ho spento per te. Ho smesso da anni di fare cose per te.
– Però sei venuta.
– Non potevo lasciarti qui ad aspettare invano.
– Forse era meglio non vedersi – rispose M, disegnando l’ultimo punto di una parabola rovesciata.
V si scostò indispettita dalla finestra e si appropinquò al tavolino.
– Come faceva quella canzone? – aggiunse M subito dopo con il dito picchiettante sul mento.
– Di che canzone parli? Non fare il melodrammatico come al solito – disse V stizzita.
– Vuoi bere qualcosa? – propose M sconsolato, il corpo già proteso in avanti.
– Si, versami un goccio di whiskey. Poi devo scappare.
– Di già?
– Si, incontro con i produttori, non potevo disdire.
Bevvero in silenzio, senza fretta, V in piedi, con la schiena appoggiata al muro e il volto indirizzato allo specchio dirimpetto, gli occhi fissi sulla sua stessa faccia. M, seduto sull’orlo estremo di una sedia, lo sguardo altalenante tra il corpo di V e il letto, pensò ad un ballo lento nella stanza, le lampadine che saltano all’improvviso, all’improvviso la notte nella stanza e un abete carico di lustrini dorati fuori dalla porta.

S’interpose tra di loro un’arida pianura di parole dimenticate, solo pensate forse, tratteggiate con le labbra davanti ad un treno in partenza o in un appartamento vuoto, un immenso paravento di detti e contraddetti, sussurri, ingiurie, condanne. V e M erano sprofondati centinaia di metri sottoterra, ma confessarlo non avrebbe giovato a nessuno dei due. Mancavano la voglia e il coraggio, sentirsi ancora nel posto giusto.
Non restava altro da fare che recitare la parte, tollerare la parodia e tacere.  

– Meglio che vada ora – disse V dopo aver finito di fumare una sigaretta, spezzando con quelle poche parole la staticità infinita e decadente del momento.
M non disse nulla, si alzò di scatto, come se ci stesse pensando già da secoli, la aiutò a infilare il soprabito e la scortò con la testa leggermente reclinata sino alla porta, incespicando in balbettii muti e confusionari.    
– Non mi hai neanche chiesto se sto lavorando a qualcosa – mormorò sommessamente M, ormai sulla soglia.
– Stai lavorando a qualcosa? – chiese V con malizia senza guardarlo.
– No, al momento no – chiosò M con le spalle alzate, il viso contratto in una smorfia patetica.                                  
– Ciao M, è stato bello rivederti. Ci sentiamo presto – disse V mentre lo salutava con un abbraccio vuoto, fugace, solo abbozzato.
– Stammi bene e buone riprese. Chiamami se hai bisogno di qualcosa.
– Certo, goditi la stanza intanto e passa buone feste – disse V con un ghigno di scherzosità subito repressa, avviandosi poi verso l’ascensore con passo cadenzato.

There was love all around
But I never heard it singing
No, I never heard it at all
Till there was you

Quando sentì bussare alla porta, M si era appena svegliato da un sonno breve ma concitato, popolato da ombre e da sagome scure. Si alzò velocemente dalla poltrona, stiracchiò le membra rattrappite, richiuse con sveltezza la bottiglia di whiskey poggiata sul tavolino tondo e andò ad aprire. Era lo chauffeur con un bigliettino in mano, glielo porse sorridente mentre incrinava leggermente in avanti il capo. M lo afferrò rapido, strappandoglielo via dalle mani. Divorò l’assenza.


La canzone è “Till There Was You”, scritta nel 1957 da Meredith Wilson per il musical The Music Man. Il brano è stato poi coverizzato, tra gli altri, da Peggy Lee e dai Beatles.

Immagine: Moonlight, Strandgade 30, 1900-1906 / Vilhelm Hammershøi (MET collection OA Public Domain)