Letteratura

Untori e malpensanti / Cent’anni dalla nascita di Gesualdo Bufalino

Gesualdo Bufalino ritratto da Angelo Pitrone (fonte: https://www.malgradotuttoweb.it/centenario-della-nascita-di-gesualdo-bufalino-al-via-le-iniziative/)


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Gesualdo Bufalino nacque a Comiso il 15 novembre del 1920. Non fece la vita dello scrittore e non frequentò i circoli letterari, addirittura non pubblicò alcun libro fino ai suoi sessantuno anni: oltremodo ritroso, umile e riservato, nel corso della sua esistenza non guarì infatti dall’ossimorica insofferenza verso l’universo letterario, al quale continuò a guardare sempre con distacco e sospetto, e del quale non si sentì mai davvero parte integrante e attiva. Oggi, a cent’anni esatti dalla nascita, sovviene dunque l’urgenza, in un’ottica di riabilitazione, di riscoprire un autore troppo poco valorizzato, che innanzitutto scoprì tardi se stesso.

Buona parte di merito per questa rivelazione, va assegnata senza dubbio a Elvira Sellerio, caparbia e convinta delle doti dello scrittore, poeta e aforista siciliano: se Diceria dell’untore venne data alle stampe nel 1981 fu soprattutto grazie a lei, che intuì immediatamente il valore dell’opera e del suo autore, il quale per contro, schivo di natura e particolarmente modesto, cedette alla pubblicazione solo dopo estenuanti e insistite lusinghe da parte dell’editrice. Fu un vero e proprio caso letterario: riconosciutane unanimemente la caratura, l’opera si fregiò presto, durante lo stesso anno, di un importante premio, il Campiello. Ciò che anzitutto colpì fu la tardiva esibizione di un autore dalla grande statura, capace di padroneggiare la parola, il mezzo espressivo, con innata forza e lucidità: la Diceria è bella da leggere, ma soprattutto da “leggere ancora”. Solitamente, l’opera prima di uno scrittore stenta a configurarsi come il suo capolavoro, ma siamo qui di fronte a un processo di maturazione anomalo: per prima cosa, la Diceria è il prodotto di una lunghissima gestazione, il frutto di un parto sofferto, prolungato, segnato da aborti e nuove fecondazioni, delusi abbandoni ed eccitate riprese, che raccontano un artista perennemente insoddisfatto, quasi incapace di riconoscere il proprio – e dell’opera – valore. Oltre l’incontentabilità però, i copiosi rimaneggiamenti sono indice anche di una inclinazione quasi morbosa al labor limae, come se l’ostacolo dell’impossibilità della perfezione artistica potesse essere momentaneamente nascosto, almeno nella percezione più epidermica dell’autore, da un processo continuo, più o meno costante, di revisione e correzione («Rileggere ciò che si è scritto cinquanta volte ogni giorno, non fosse che per cambiarvi una parola, come si cambia un fiore in un vaso[1]»).

E non si tralasci che il fine primario che muoveva Gesualdo Bufalino non fu certo quello di aggraziarsi i fruitori dei suoi romanzi, di piacere; al contrario, l’obiettivo principale del suo lavoro, piuttosto che tendere verso l’esterno, si rivolse all’interno, disinteressandosi, almeno in prima battuta, di chi leggeva: più d’ogni altra cosa, ciò che interessava Bufalino era il lavoro su se stesso, la perpetua ricerca di una irraggiungibile salvezza per mezzo della penna, anche a costo di inimicarsi il suo pubblico, al quale difatti si rapportò nella dinamica di un duello: insofferenza e attrazione finirono per collocarsi ai poli opposti di uno stesso piano che aveva al centro il lettore.

Ecco allora che la pubblicazione non costituiva più l’atto conclusivo, il sigillo finale di un’opera compiuta, bensì una concessione dell’autore, una sorta di sventolante bandiera bianca, con la quale lo scrittore si arrendeva a interrompere un processo di maturazione tendente a infinito. E dunque si adotti questa chiave di lettura, guardando alla produzione che segue la Diceria: dall’esordio fino all’improvvisa e tragica morte di Bufalino in un incidente stradale (14 giugno 1996), le pubblicazioni si susseguirono senza sosta, ad alto ritmo, una dietro l’altra. La maggior parte di questi libri era presente da tempo nella mente dello scrittore e, abbozzati, inconclusi o lasciati a metà, essi attendevano già nel cassetto della sua scrivania a Comiso (dove visse fino alla morte). Così l’opera d’esordio funse da apri-fila, perdita di verginità, e una volta che il lucchetto venne divelto, non più remore o indugi vi furono a frenare Bufalino: la modestia dell’autore fu forse vinta dagli apprezzamenti di critica e pubblico, tanto che nei quindici anni tra 1981 e 1996 si contano nel suo catalogo più di venti pubblicazioni, tra poesia e narrativa. Alla luce di ciò, inevitabile fu un affievolimento, una dissipazione del lavoro di minuziosa limatura, e di conseguenza l’accuratezza della forma, elemento che resta ad ogni modo distintivo della sua prosa, stenterà in séguito a pareggiare le vette sontuose della Diceria, salvo avvicinarcisi in rare occasioni (su tutte: Le menzogne della notte, edito per Bompiani nel 1988 e vincitore del Premio Strega nello stesso anno).

Ad ogni modo, in ogni suo romanzo continuerà ad emergere, più o meno netta, una connessione tra la sua personalità e i personaggi di fantasia: da Diceria dell’untore a Le Menzogne della notte, da Argo il cieco a Qui pro quo, la commedia umana di Gesualdo Bufalino è la perpetua narrazione dei vinti che non aspirano a un riscatto; una tendenza esistenziale e irrinunciabile a una salvezza della cui irraggiungibilità si è consapevoli fin dall’inizio, e che in fin dei conti non interessa tanto quanto la ricerca stessa. L’Io narrante è sempre un meteco, un forestiero della vita, gravato dalla colpevolezza di sé in un senso quasi religioso (e forse cattolico), ma disinteressato ad espiarne la colpa, anzi feticisticamente attratto da essa. Così il malato protagonista della Diceria, alter ego più vicino a Bufalino (nel ’44 l’autore si ammalò di tisi e fu costretto a trascorrere i successivi due anni in una struttura di ricovero del tutto simile a quella descritta nella sua opera, riacquistando poi la salute, proprio come accade al protagonista della Diceria), va incontro a un’epifania negativa, non dà forma alla propria esistenza, aspira invece a «un’altezza da cui cadere»,  preferisce prendersi carico della sua colpa di essere guarito, tanto distante da quell’Hans Castorp dell’universo di Mann, al quale in più d’una occasione si è tentato di accostarlo.

 

La commedia umana di Gesualdo Bufalino è la perpetua narrazione dei vinti che non aspirano a un riscatto

Il rapporto dei personaggi di Gesualdo Bufalino con la vita finisce allora per rispecchiare quella dimensione d’inganno, di bluff – dimensione tipica degli scacchi, gioco tanto caro a Bufalino – che lo scrittore instaura con i lettori: non c’è spazio per la sincerità, né per una vittoria o successo finale, la chiave di volta è nella menzogna e nella sconfitta. Il finale resta pietoso e deludente, come nella metafora scacchistica dell’auto-matto, una mossa che consiste nel costringere l’avversario a portare lo scacco al re, ovvero a farlo vincere. Insomma, nient’altro che una dichiarazione di resa volontaria e cercata.

«Una scacchiera non è soltanto un luogo d’agone privato, ma di collettivi spaventi e maschere. Un ring ma anche un fabuloso teatro. Dove il fine apparente, la distruzione dell’avversario, abbisogna per compiersi di apparati e apparecchi simbolici, che chiamano in causa non meno le sublimi vertigini matematiche che le abiette estasi della frode. Tanto più abiette che il contenzioso sotteso è, all’incirca, con Dio…[2]».

Attraverso le sue opere Bufalino sviscera la sua esperienza, la evoca e rivive, la osserva dall’esterno, materializza in forma scritta le riflessioni a essa connesse e la immerge in un’atmosfera lirica, fatta di concinnitas, accostamenti combinatori di termini eufonici e filosofiche speculazioni. Dunque, al netto della finzione narrativa, è la reminiscenza a muovere la penna dello scrittore, azionando il meccanismo del ricordo e conferendo vita e valore ai simboli, in un’ottica fortemente affine a quella rintracciabile nella Recherche di Marcel Proust, nei confronti del quale l’autore non fece segreto d’aver contratto debito. In questa guerra “a perdere” con la vita, la memoria diventa salvifica, insieme ristoro e svago, opposizione coriacea e ostinata alla concezione umana del Tempo.

Oggi allora bisognerebbe recuperare e fare la conoscenza di Gesualdo Bufalino, esattamente come egli, all’indomani dei suoi sessant’anni, cominciò a scoprire e rivivere se stesso, attraverso il gioco infelice della letteratura. «Riessere, this is the question. Poiché non c’è gesto o scongiuro che non deluda, e quel tanto che riesce a ripetersi sotto le palpebre, nell’atto stesso che illumina, acceca. Alla fine mi lascia solo parole. E tanto peggio se sono le stesse, grasse umide calde, di cui mi farcisco ora e mi farcivo allora la bocca, incerto fra nausea e ingordigia, come chi recita per la prima volta[3]».


[1] G. Bufalino, Il Malpensante, Bompiani, Milano, 1987.

[2] G. Bufalino, Saldi d’autunno, Bompiani, Milano, 1990.

[3] G. Bufalino, Diceria dell’untore, Sellerio, Palermo, 1981.


Alessandro Lucia è nato il 21 novembre 1995 a Pescara. Diplomato al Liceo Classico di Pescara, nel 2017 consegue la laurea in Lettere Moderne all’Università di Bologna, dove prosegue gli studi, ottenendo la specializzazione in Italianistica nel novembre del 2020. Ama – non potrebbe essere altrimenti – la letteratura ed anche la musica, che studia fin dall’infanzia e che lo trascina dalla tastiera di un pianoforte classico alle drum machines, ma non disdegna affatto interessi più “profani”, come il calcio e i videogames. Nel suo nebbioso futuro da umanista intravede ulteriori studi, polverosi archivi e dotte biblioteche.