Prosa Racconti

Un materano nel metro


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[Giovedì 11 aprile 2019, h 13’21, Paris, Parc Monceau]

Un curioso incontro ieri notte, nel metro. Tornavo da Nanterre Université dopo una serata con due amici a guardare la Champions League (Manchester Utd 0-1 Barcellona; Ajax 1-1 Juventus). Era stata una lunga giornata di lavoro, appesantita da un’ora di sport durante la pausa pranzo e da una serata di sballi giovanili, di cui ancora oggi sento le fatiche. L’indomani non sarebbe stato molto diverso, perciò credevo o meglio, speravo – che nessuno, a mezzanotte, a Parigi, nella metro 3 direzione Gallieni, nessuno dico, speravo potesse schiodare la mia attenzione da un romanzo fresco fresco, iniziato la mattina stessa. Invece mi sbagliavo.
Il veicolo procedeva stridendo verso Gambetta, la mia destinazione. All’altezza di 4 Septembre, entrò nel metro un gruppo di persone facilmente identificabile per la convulsa agitazione: una scolaresca italiana in gita. Mi accorsi di loro senza vederli, poiché entrarono dalla porta alle mie spalle. La voglia di rivedere il me-liceale vinse sia il mio mal di tempie, sia il mio interesse verso quel Mondadori nuovo di zecca che tenevo sulle ginocchia. Così, con nonchalance, cambiai posto e andai sul sedile dirimpetto al mio in modo da seguire le loro mosse. Gli studentelli, un po’ strillanti un po’ spaesati, dovevano avere all’incirca quindici anni; parlavano con accento meridionale e manifestavano il loro senso di ribellione negli stessi modi patetici adottati da me e i miei coetanei alla loro età: capelli viola, maglie con scritte oscene, pantaloni a vita bassa, zaini che scendevano fin sotto il sedere, orecchini improbabili, maquillages originalissimi e via dicendo. Tutte cose che, prese singolarmente, non costituiscono nulla di scandaloso, ma accozzate così, tutte insieme, rivelavano l’adolescenza provinciale di quella banda.
I due professori, un uomo e una donna, lanciavano di tanto in tanto un insperato appello alla civiltà, al buoncostume, al rispetto verso gli altri passeggeri. Un po’ di decenza, ragazzi! Fiato sprecato, fatica vuota. Il primo a gettare la spugna fu l’uomo che, vinto, venne a sedersi nel posto libero a fianco a me. Nel frattempo io, stanco di quel quadretto, avevo ripreso a leggere. Basta, non se ne poteva già più di quello starnazzante, spernacchiante, gracchiante vocìo giovanile. Quando mi resi conto che la figura del professore si faceva più vicina, incollai gli occhi al testo ancora più intensamente: un’improvvisa passione per la letteratura mi aveva rapito e avevo ripreso la postura di uno che non vuole di certo essere disturbato.
Invece, come chi sente il sasso della cerbottana colpirgli la nuca, sentii lo sguardo del professore infilzare le pagine che reggevo in mano. Notai che pure la sua testa penzolante scendeva progressivamente, sempre più vicina alla Vita Agra, titolo che mai come in quel momento mi era sembrato così rivelatore. Chiusi il libro con uno schiocco e lui, impaurito come una mosca scacciata via con la mano, scattò all’indietro e si sedette compostamente, roteando lo sguardo altrove e facendo finta di niente.
Decisi di rivolgergli la parola (non l’avessi mai fatto!): «Proprio così: sono italiano!»
«Come, scusi?»
«Sono italiano» ripetei.
«Ah sì, avevo intravisto qualcosa, forse… cosa legge?» mi chiese.
«La Vita Agra, di Luciano Bianciardi»
«Ah» fece un po’ perplesso, «bello?»
«Non lo conosce? Io l’ho comprato stamattina ma ne ho sentito tanto parlare»
«In realtà io non ne so niente di questi libri così! Nuovi!»
«Mah… guardi… in realtà è stato scritto quasi sessant’anni fa…» suggerii io.
«Eh beh, nuovo, no? Io, il greco insegno. Sa, l’Antigone, Sofocle, Euripide… Lei invece che fa? Studia?»
«No, lavoro. Cioè, in realtà sono stagista in un giornale… poi faccio qualche lavoretto qua e là per arrivare a fine mese»
«Ah bello, bello il giornalismo. Dev’essere dura però: dormi poco, mangi solo quando hai tempo, mai vacanze, così esposto alle critiche… invece lavorare nel pubblico è tutt’altra minestra. Sa, la stabilità!»
Si abbottonò la giacca, gonfiando il petto. Fiero.
Poi mi colse in contropiede: «Anche qui tutti parlano di Matera?»
Io: «Scusi?»
Lui: «Matera, no? Dico: anche a Parigi, tutti ne parlano?»
«Beh, insomma…forse qualcosa si dice… I sassi…qualcuno li conosce ecco, ma solo nei milieu più acculturati, direi».
Mi sforzavo di dare qualche soddisfazione a quel volto che si adombrava e si affilava in una diffidenza che, davvero, mi metteva sempre più in imbarazzo. Cercai le giuste parole per rimediare alla delusione che gli stavo provocando: «Ora che mi ci fa pensare, so che recentemente è stata eletta capitale della cultura»
«Mo è!» – mi interruppe aggressivo: «2019, Capitale della Cultura, Matera!»
«E so che lì vicino ha abitato anche Carlo Levi durante il…» rincarai, felice di farlo felice.
«Vedesse che splendore quest’anno, la città!».
Mi aveva interrotto di nuovo e si era ormai seduto sul sedile di fronte al mio. Non avevo scampo.
«Matera, ad oggi pare nu buquet d’ fiori! Feste paesane, canti, eventi…tutto culturale eh! Finalmente, dico, finalmente ci viene riconosciuto a livello nazionale, ‘sta bellezza del nostro territorio! ERA ORA! Ma li ha visti i sassi, lei? Dove l’ha vista al mondo, dico, dove l’ha vista una città come Matera? Unica, unica è! Lei di dov’è?»
«Io sono di Venezia, ma ormai vivo a Parigi da più di due anni».
«Bella Venezia eh…peccato per tutti i casini che ci stanno: acqua ovunque, i turisti, lo sporco, la nebbia… Pensi, l’ultima volta ci andai per il concerto dei Pin Floi».
«In effetti è passato un po’ di tempo…» avanzai io, allusivo, ma lui pareva non ascoltarmi.
«Anche Parigi non è male. Tutta sta gente però, e la metro e la pioggia e poi è vero che i francesi non si lavano? E diciamocelo: una puzza, sti formaggi! Mica come i nostri!».
«Devo ammettere che anche Parigi ha i suoi pro e i suoi contro però a me piace stare qui» controbattei io, in un vano tentativo di mediazione culturale.
Inutile conato: era evidente che non si sarebbe lasciato persuadere facilmente. Tuttavia, forse voglioso di dimostrarmi la sua profonda dimestichezza con la Ville Lumière, tornò sull’argomento.
«Indubbiamente ha il suo fascino, Parigi! Oggi li ho portati ai Scians Elisé, l’Arco di Črionfo e giù per di là».
Con un cenno del capo m’indicò la scolaresca alle sue spalle.
Lanciai uno sguardo al gruppo di giovinastri.
Un alunno particolarmente grasso si era sollevato fino al petto la t-shirt con l’abominevole, arcinota scritta ITALIANS DO IT BETTER, scoprendosi la pancia. Si era messo a ballare nel metro, parodiando una pole dance attorno al palo al centro del vagone, dove da decenni le mani dei passeggeri sorreggevano quotidianamente il peso dei viaggi.
Il ragazzo cicciotto strisciava volutamente il lardo sull’alluminio e aveva anche tirato fuori la lingua, fingendo dei versi suadenti.
La professoressa, rimasta in piedi, tentò uno sterile richiamo all’ordine pubblico: «Robbberto, su!» ma era stanca anche lei e si abbandonò su un sedile libero, scuotendo la testa.
Il disturbatore di fronte a me, invece, si limitò a lanciare all’alunno un’occhiataccia ma non gli disse nulla. Era evidente che preferiva parlare a me: «Ieri la Turre Eiffelle. Pure su, siamo saliti. E poi quel giro in barca sul fiume… sul… sulla… sulla Senna. Il giro, quello turistico che passa pure da Nočre Damme. Che bella, che è, Nočre Damme!»
«Avete visitato anche l’interno? La luce filtrata dai rosoni è uno spettacolo unico…»
«No che? Da fuori, così l’abbiamo vista!»
«Le consiglio di visitarla all’interno. Sa, la cattedrale ha una pianta a croce latina. La parte che preferisco è la crociera. Da lì, semplicemente ruotando su se stessi, si ha l’impressione di essere al centro di un magnifico caleidoscopio colorato, sembra quasi che…»
Mentre spiegavo tutto questo, il paffuto Roberto, che si era stancato di dare spettacolo, si era avvicinato a noi e aveva preso a guardarmi.
Dopo poco, capendo che ero italiano, m’interruppe scortesemente per chiedere: «Signò, ma sicundo lei evvero che gli italians duins bèddere?»
Il professore avanzò l’ennesimo timido rimprovero mentre io, stremato, guardai fuori dal finestrino con la speranza di vedere il cartello Gambetta, la mia destinazione. Invece no, il metro si stava arrestando a Parmentier. Ancora tre fermate. Non erano molte, ma sentii che non sarei riuscito a reggere a lungo in compagnia di quegli scocciatori seriali.
«Lei scende a Gambetta, ha detto?» mi chiese il professore di greco, quasi leggendomi nel pensiero.
«Che coincidenza, noi abbiamo l’hotel appena fuori da quella stazione!» La voce metallica della RATP scavalcò quella del materano: «Parmentier. Parmentier. Attention à la marche, en descendant du train. Please mind the gap between the train and the platform».
Riflettei un attimo.
Si aprirono le porte.
«No scendo qui» dissi improvvisamente balzando in piedi.
«È stato un piacere! Arrivederci e buona gita!» e me ne uscii dal veicolo senza troppi complimenti.
«Aspè, ma cumme te chiami? Vabbè, quando vieni a Matera ricorda di…» continuava a strillarmi qualcosa che non riuscivo a capire.
Vedevo solo le sue labbra mute muoversi dietro al finestrino chiuso mentre il metro si allontanava, portando via il professore di greco, la sua collega, il tondo Roberto e la sua maglietta oscena e tutto quel vociare fastidioso.
Sempre più lontano, via, dentro il tunnel scuro.
Tre fermate mi separavano da Gambetta. Avrei preso il metro seguente. Guardai il pannello luminoso che diceva: DIRECTION GALLIENI: 6 MIN.
Tirai fuori Bianciardi dalla tasca e mi rimisi a leggere.
Dentro di me gridai: «Finalmente pace, pace, pace!»


Francesco Magon nasce nel 1995 a Treviso. A 20 anni lascia Mogliano Veneto e si trasferisce a Bologna e poi (2017) a Parigi. Nel 2019 fonda Letteraturite, rubrica radiofonica per Aligre FM (93.10) dove lavora come presentatore e tecnico del suono. Lo stesso anno è redattore presso il giornale giuridico “Leaders League” e, nel 2020, partecipa al progetto editoriale «L’Italia del Père-Lachaise» (Skira editore). Quando non perde il suo tempo tra giri in bici, cinema, bar, librerie, parchi e campi da calcio, frequenta i corsi in Teorie della letteratura della Sorbonne, dov’è iscritto. Nessuna allergia da segnalare, tranne un’intolleranza a certi –ismi (tra i peggiori ricordiamo: perbenismo, servilismo, razzismo, populismo, estremismo, estetismo etc.), ai luoghi comuni e alle banalità.