Prosa Racconti

Ultramondi


Per gli altri articoli di Claudio

Mi imbattei in quell’articolo sfogliando una vecchia rivista letteraria di mio padre, Ultramondi, nello specifico il numero VI (novembre-dicembre) del 1995. Si trattava di una rivista di nicchia, destinata probabilmente a una ristretta cerchia di cultori di letteratura ucronica e distopica, stampata malamente e su carta da quattro soldi. In copertina c’era il brutto disegno di una metropoli devastata da qualche cataclisma, con i grattacieli squarciati in due e l’interno degli appartamenti in bella vista, insieme agli scheletri di chi vi aveva abitato dentro.
Il contenuto della rivista non era molto più entusiasmante: quattro recensioni che dicevano le stesse identiche cose sul volume conclusivo di una trilogia che narrava del ritorno dall’oltretomba degli antichi romani e della loro conseguente riconquista del mondo; brevi segnalazioni di romanzi dell’epoca ormai finiti nel dimenticatoio; racconti pieni zeppi di refusi ambientati in mondi sotterranei o robotici; invettive contro il capitalismo; un pezzo “contro Umberto Eco”; un altro che parlava dello strano caso di “Pasolini rapito dagli alieni”; e poi, verso la fine, a pagina 98, l’articolo che mi cambiò la vita. Si chiamava “Profezia editoriale-letteraria” (titolo orribile), ed era a firma di un certo Giovanni Arcoli.
L’articolo era abbastanza breve: occupava una mezza pagina divisa in quattro colonne.
Tempo di lettura: cinque minuti circa.
“Profezia editoriale-letteraria” iniziava così: “Ecco le sinossi di dieci romanzi che verranno pubblicati nei prossimi decenni e che avranno molto successo”. A quel punto, organizzandosi in paragrafi numerati, l’autore dedicava qualche riga a ognuna delle suddette trame. Cominciai a leggere, ma a metà dell’articolo dovetti interrompermi; presi fiato, mi diedi un pizzicotto sul braccio.
No, io non amo quello che non riesco a spiegarmi.
Corsi in cucina, mi preparai un toast con la maionese (all’epoca ne andavo ghiotto), e provai a ritrovare la lucidità. Uscito dalla cucina ripresi la rivista con le mani che mi tremavano, e mi distesi sul letto; trangugiando il toast, mi ero convinto che si fosse trattato di un semplice scherzo oppure di un’allucinazione. Devo aver letto male, mi dissi, sì, devo aver letto male. Per prima cosa ricontrollai la data: non c’erano dubbi, 1995, novembre-dicembre. Va bene, pensai, ma forse prima mi sono sbagliato, forse mi sono fatto condizionare da qualche parola familiare. Sì, mi sono di certo suggestionato. Ripartii dall’inizio, rilessi le prime trame cercando di mantenere il controllo. Passai velocemente alle successive.
Non c’erano dubbi.
In almeno cinque casi si trattava delle trame di romanzi molto famosi pubblicati negli ultimi anni. Tre di questi erano romanzi italiani, di cui uno in particolare era stato un autentico caso editoriale, che aveva venduto milioni di copie (milioni!), ed era stato tradotto in non so quante lingue. Un’altra trama era quella di un romanzo latino-americano uscito agli inizi degli anni 2000, un’opera che, secondo un famoso giudizio critico, “aveva rivoluzionato radicalmente il modo di attendere dei contemporanei, e perciò il loro futuro prossimo e remoto”. La quinta trama era identica a quella di un breve romanzo francese di culto di una vecchia scrittrice francese di culto, che avevo comprato da un pezzo ma non avevo ancora letto, e da cui alcune mie colleghe di università erano a dir poco ossessionate.
Certo, c’erano le altre cinque trame che non mi dicevano niente. Le cercai su internet per parole chiave: su quattro di loro non venne fuori nulla; ma riguardo all’altra, ancora una volta, non c’erano dubbi. Si trattava precisamente del romanzo d’esordio di un giovane scrittore giapponese di cui si parlava già da un po’, ma che non avevo ancora avuto il tempo di leggere.
Chiusi gli occhi, cercai di addormentarmi o forse di svegliarmi. Niente da fare.
Esaminai di nuovo l’articolo: la capacità di Giovanni Arcoli di sintetizzare una trama in poche righe era stupefacente, pensai, e sebbene il terrore e il crescente senso di disagio e irrealtà, mi ritrovai ad ammirare le doti stilistiche e la bella prosa di un uomo che (ammetterlo mi fa ancora strano) aveva scritto i riassunti di opere che all’epoca non erano ancora state scritte.

Chi diavolo era, questo Giovanni Arcoli?
Tentai di nuovo la strada di internet. Per ovvie ragioni, non farò i nomi degli scrittori coinvolti, anche se in molti potranno immaginarli già dalle scarne informazioni che ho seminato.
Digitai i loro nomi insieme alle parole “Ultramondi” e “Giovanni Arcoli”. Niente. Cercando semplicemente Giovanni Arcoli su Google, invece, venivano fuori solo risultati di profili Facebook di dentisti, personal trainer o robe simili. Nessun Giovanni Arcoli scrittore, giornalista, letterato. Anche sui siti delle maggiori biblioteche non appariva alcuna pubblicazione a suo nome. Non sapevo bene come muovermi, non ho mai amato le indagini di archivio. Provai allora a concentrarmi sulla rivista Ultramondi, e scoprii che aveva chiuso proprio nel 1996, e che anzi quello di novembre-dicembre ‘95 era stato il suo penultimo numero. Il fondatore e direttore responsabile, invece, era morto nel ‘97. Sul numero in mio possesso, mi ricordai, c’era però un lungo editoriale (quello contro Umberto Eco), scritto sicuramente da un giornalista molto vicino alla rivista. Riuscii a rintracciarlo su Facebook e provai a scrivergli un messaggio, chiedendogli se per caso conoscesse un certo Giovanni Arcoli. Non specificai la faccenda della profezia, e d’altronde non ne parlai nemmeno con mio padre: volevo che nessuno venisse in alcun modo a conoscenza della mia scoperta. Il giornalista mi rispose dopo dieci minuti, sgarbatamente, domandandomi chi cavolo fossi e spiegandomi che comunque lui non conosceva nessun Giovanni Arcoli e soprattutto che non dovevo più disturbarlo.
Quel pomeriggio, in preda a una strana euforia, corsi in libreria e comprai il romanzo dello scrittore giapponese. Lo lessi durante la notte, che passai in bianco. Era effettivamente un libro bellissimo, un autentico capolavoro. Eppure, mi sembrava, lo scrittore non aveva aggiunto praticamente niente alle poche righe di Arcoli. Le aveva solo, con grande mestiere, ampliate, allungate per duecento pagine circa. Il nocciolo della storia era già tutto dentro il riassunto.
La mattina successiva ripresi in mano gli altri cinque libri. Prima di tutto lessi quello della scrittrice francese che ancora mi mancava; stesso discorso: capolavoro, ma il nocciolo era già nell’articolo di Arcoli. Rilessi anche gli altri quattro romanzi, velocemente, spinto da una forza febbrile: la sostanza, scusate se mi ripeto, era sempre la stessa. Quattro libri bellissimi, l’uno molto diverso dall’altro, ma tutti dei semplici allungamenti delle sinossi di Arcoli. Anzi, uno dei libri italiani, che non avevo apprezzato troppo durante la mia prima lettura, adesso, alla luce del riassunto di Arcoli, mi si rivelò improvvisamente in tutta la sua grandezza e genialità. Era incredibile. Passai quei giorni in uno stato di trance; ero sconvolto, fuori di me. Custodivo con gelosia la mia copia di Ultramondi nel cassetto più basso del comodino, che sorvegliavo paranoicamente.
Continuavo a immaginare Giovanni Arcoli: mi figuravo la sua faccia, la sua voce, i suoi modi di fare. Chi era? Dov’era vissuto? E soprattutto: era ancora vivo?
Ben presto mi convinsi però che Arcoli non aveva faccia, non aveva voce né modi di fare. Era un Dio, e per questo era invisibile e viveva da sempre e per sempre, in tutti i luoghi. Era un Dio: agiva di nascosto, senza che nessuno se ne accorgesse, tirando avanti le fila della storia della letteratura. Era un Dio, e io il suo ennesimo sacerdote.
Sì, il suo sacerdote. Me ne convinsi in pochi giorni: forse lo feci per evitare di sentirmi in colpa – per evitare di sentirmi un ladro. Le cose fatte in nome della religione (di qualunque religione) sono sempre giustificabili.
Fu con spirito religioso, infatti, che cominciai a scrivere. O meglio, a copiare. Scelsi la trama numero otto, che era ancora libera e che sentivo molto nelle mie corde.
Il resto lo sapete già, se conoscete il mio nome. E fidatevi, lo conoscete, come conoscete alla perfezione quella meravigliosa trama.


Claudio Bello è nato a Brindisi nel 1993, ma vive a Roma da ormai quasi vent’anni. Laureato in Lettere Moderne alla Sapienza, dove ha poi conseguito il titolo magistrale in Editoria e Scrittura. Nel 2017 ha pubblicato con la casa editrice L’Erudita la raccolta di racconti Come un groviglio, con la quale è arrivato tra i finalisti del Premio Augusta. Ha scritto recensioni e articoli di cultura e letteratura su Artwave, e ha pubblicato racconti sulle riviste Verde e Pastrengo. È stato tra i finalisti del Premio Chiara Giovani 2018 con il racconto Oltre la frontiera. Vorrebbe vivere nell’universo di Roberto Bolaño, ma la sua vita assomiglia più che altro a un romanzo di Kafka. Si intrattiene di mattina con Buzzati e Foster Wallace, di pomeriggio con Raymond Carver, di notte con Dylan Dog e i film di Lanthimos.


Photo by David Menidrey on Unsplash