Prosa Racconti

Vita e morte delle ruellie


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Il vecchio Parson: il vecchio signor Parson era basso (non superava il metro e sessanta), calvo e senza barba; gli zigomi spigolosi trattenevano tuttavia una nota di dolcezza in quel volto, almeno le mattine alterne in cui radeva le guance: le stesse, passava poi a detergerle con acqua di colonia, dandosi piccoli buffetti sul viso con la punta di tre dita. Indossava sempre larghi pantaloni di velluto bruno, che non erano mai passati fra le mani di un sarto in vita loro, cosicché gli grondavano con pesantezza sopra le scarpe di pelle opaca. Il signor vecchio Parson era sempre sul suo terrazzo a curare le ruellie; le brezze del mattino trasportavano tutti i giorni granelli di sabbia bianchissima (una rena silicea molto fine: 0,8 mm), esuli dal greto del fiumiciattolo che scorreva a due passi da lì. Le ruellie li accoglievano sui loro petali viola, godendone in virtù del tono smorzato o brillante di bianchezza ch’essi conferivano, a seconda che il sole se ne disinteressasse – questo, data la configurazione dell’appartamento, si verificava al mattino – o vi lasciasse cadere con prodigalità i suoi più intensi raggi, nel primo pomeriggio. Durante la primavera, il Parson signor vecchio potava i rametti che spuntavano più disordinati e poi traslava i vasi sotto la veranda, negando loro la diretta esposizione al calore, e riempiendo di pezzi di coccio i piattini su cui posavano, così da favorire lo scolo dell’acqua in eccesso che le ruellie non riuscivano a bere. In estate poi, aveva premura di concimarle con regolarità (ogni venti giorni), con un prodotto liquido particolarmente adatto (ovvero contenente anche i microelementi: Mg, Zn, Fe). In genere, le piante rispondevano dolcemente alle sue cure, e da maggio in poi sbocciavano esuberanti lobi viola, in numero di cinque per ogni corolla. Egli osservava le continue nascite da vicino, indovinandone il momento esatto. Erano strappi di tempo, quelli, durante i quali negli occhi di Parson, povero vecchio… In quegli occhi si rappresentavano ogni assolutezza, i princìpi tutti, il fuoco che proviene dall’interno. Da quando l’anima angusta di sua moglie (chiaramente solo ciò che ne restava) era stata incorniciata in quella fotoricordo di lei a quarant’anni Parson, a dire il vero, la teneva con non troppa cura sulla cassapanca in fondo al corridoio –, null’altro se non quei fiori aveva occupato la sua mente svigorita. Ogni giorno quelle figlie gli avevano testimoniato d’essere vivo, di aver davvero vissuto quegli ultimi dieci anni, e inconsciamente egli s’avvinghiava ancora stretto a quel grappolo d’esistenza, noncurante se a scaturirne fossero soddisfazioni o turbamenti, gioie o dolori, eppur accontentandosi di uno scatto dell’animo, un moto che quotidianamente gli rammentasse di vivere. Quando morì senza eredi e parenti, la casa rimase disabitata e numerose erbacce vi si arrampicarono e andarono a fare compagnia alle ruellie, che credettero di poter resistere.


Cornelia: quel tipo di ragazza che la mattina, mentre interroga lo specchio del bagno sul vestitino da indossare, gracida canzoncine sdolcinate ma con qualche parolaccia, scritte così vagamente da permettere a qualsiasi sedicenne di ascoltarle e sussultare: “Oddio ma sta parlando proprio di me!”, come fossero un oroscopo in musica. Cornelia ha gli occhi secchi e verdognoli – sono del padre – che vivacizza con ombre celesti sopra gli zigomi delicati quando esce la sera, mentre le ciglia magicamente s’allungano e ogni impurità scompare dal viso, sotto cascanti impacchi di fondotinta.

Stralci d’abitudine quotidiana: ogni giorno trangugia le ripicche scolastiche delle insegnanti, invidiose del suo compassato ma inesorabile sbocciare, se ne sazia e le risputa dopo pranzo (o meglio: dopo l’ora del pranzo, giacché non mangia che un po’ di riso magramente condito la sera, o verdure al vapore, o entrambi quand’è particolarmente affamata o c’è qualcosa da festeggiare). Quando non esce con le amiche, sta in camera sua e arringa la madre su privacy e spazi personali, se la povera donna la sprona a passare del tempo insieme.

Cura del corpo: le braccia madreperla di Cornelia sono attraversate da venuzze azzurrine che affiorano testarde, nonostante i bagni termali ai quali si dedica con cadenza regolare: da una vasca fredda (24 gradi Celsius/75,2 gradi Fahrenheit) scivola in una calda (35 gradi Celsius/95 gradi Fahrenheit), ma purtroppo le braccia restano pressoché interamente scoperte, perciò a giovare del trattamento sono solo i piedi, le gambette graciline e il sedere minuto e spigoloso.

Passatempi preferiti: singhiozzare al telefono con le amiche per colpa di Tizio, quando viene trattata male. Ridere al telefono con le amiche, quando invece conviene che se ne rida. Cornelia non ha vere e proprie passioni da perseguire, o meglio, ne ha ma solo di fortemente evanescenti e non coltivabili, ed è la scusa migliore che riesca a somministrarsi. Negli ultimi tempi, fa un nuovo gioco che le torna utile per sgomberare la testa e liberarsi di tutti quei carichi di significato non compostabili che la sua mente di adolescente processa malamente e senza criterio: mentre torna a casa da scuola, costeggiando il ruscello, raccoglie pietre di varie dimensioni, che poi lancia contro la veranda di una casa abbandonata lì nei paraggi, cercando di colpire – e talvolta fracassandoli – dei vasi in terracotta con dentro ruellie appassite.


Alessandro Lucia è nato il 21 novembre 1995 a Pescara. Diplomato al Liceo Classico di Pescara, nel 2017 consegue la laurea in Lettere Moderne all’Università di Bologna, dove prosegue gli studi, ottenendo la specializzazione in Italianistica nel novembre del 2020. Ama – non potrebbe essere altrimenti – la letteratura ed anche la musica, che studia fin dall’infanzia e che lo trascina dalla tastiera di un pianoforte classico alle drum machines, ma non disdegna affatto interessi più “profani”, come il calcio e i videogames. Nel suo nebbioso futuro da umanista intravede ulteriori studi, polverosi archivi e dotte biblioteche.