Prosa Racconti Reportage narrativo

Rue Ripas


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Mentre scendo dall’ennesima scalinata laida, inalando l’olezzo tipico della sporcizia urbana, il mio sguardo corteggia le curve tozze della basilica del Sacro Cuore che, bulimica, ingurgita voracemente i suoi visitatori per vomitarli qualche istante dopo, una volta terminata la breve visita del suo stomaco otto-novecentesco. Come compagno involontario di questa discesa panoramica mi ritrovo un ratto panciuto dal pelo umido: il roditore non sembra preoccuparsi troppo della presenza dei passanti che lui, certo, ha ormai imparato a schivare e con cui forse da qualche tempo condivide anche l’angusto appartamento. Giunti ai piedi della scalinata le nostre strade si separano. Lui, a sinistra, verso anfratti più osceni; io, dritto di fronte a me, verso una stretta viuzza che separa timidamente una lunga serie di vecchi palazzi tutti storti.

A metà circa di Rue Ripas, più precisamente al numero civico che sta tra il 45 e il 61 (più verso il 51 comunque, ma sicuramente non al 53, dico a metà circa), sono attratto improvvisamente dal meraviglioso disordine che alberga in un negozio scarsamente illuminato, al cui interno la sagoma di una anziana signora, gobba su un bancone appena visibile, si staglia su uno sfondo composto da una parete in legno alla quale sono attaccate in modo precario delle cornici dorate, un cavalletto per dipingere e alcuni ripiani sottili che sorreggono tutta una serie di barattoli di varie dimensioni e scatole di legno e latta. “Le pinceau Cabriole”, questo il nome di quella che sembra essere la cantina del mondo, in cui chiunque debba sbarazzarsi di oggetti inutilizzati, o nasconderne di compromettenti, si reca per affidarli a questa vecchia custode che, come un Minosse, li colloca nei gironi più disparati, qui rappresentati da mensole traballanti.

La signora appare sorpresa nel vedere qualcuno varcare la soglia del suo intimo emporio. Mi saluta ma non mi chiede se ho bisogno di qualcosa, mi viene semplicemente incontro e si accomoda su una delle tre sedie degli anni ’60 che sono disposte attorno a un tavolino bianco posizionato per obliquo. Io, nel mentre, poso lo sguardo su un vecchio riflettore da set cinematografico acceso e puntato verso l’entrata del negozio. Se evito il faro accecante, riesco a scorgere dietro l’asta del riflettore, su uno scaffale di ebano, una mano di donna fatta in pelle. «È della fine dell’800», mi spiega la proprietaria che ormai, giacché sono passati cinque minuti da quando sono entrato nel suo cabinet des merveilles, ha preso a darmi del tu e ha assunto un atteggiamento da nonna. Continua dicendomi che gliel’ha regalata un anziano cliente quando, dopo aver cambiato casa, ha ritrovato in soffitta una moltitudine di oggetti di cui non sapeva che farsene.

«E quella teca lì?», domando io indicando una graziosa scatola di vetro circondata da una cornice scura in ferro con dei motivi floreali. «Questa teca – nel frattempo l’ha presa in mano – contiene delle farfalle imbalsamate. Risale agli anni ’40 e apparteneva a un biologo tedesco». Per quanto si sforzi, non riesce a ricordare come ci sia finita nel suo negozio, ma tant’è. Lei ogni tanto la osserva e forse immagina che le farfalle inizino a svolazzare per tutta la stanza.

Attratto dalla singolarità degli oggetti, le chiedo se posso scattare qualche fotografia di questo mistico bazar. Ne sarebbe contenta, dice, e mentre fa per spostarsi, in modo da permettermi una visuale migliore per lo scatto, io la immortalo, ché lei, dentro questo disordine, è una presenza imprescindibile.

Finisco di scattare le mie fotografie e un istante dopo mi rendo conto che non mi sono ancora neanche presentato e, del resto, non so nemmeno quale sia il suo nome. Sto per aprire bocca quando entra improvvisamente qualcuno. È Baldo, lo chef, nonché proprietario del ristorante dirimpetto, che è venuto per portare un piatto di rigatoni al pomodoro a Madame Clélia (eccolo il suo nome), per mezzo del quale è riuscito a conquistare definitivamente l’attenzione di quella che stava per diventare la mia nonna parigina. Saluto entrambi, ringrazio ed esco dalla boutique, non senza avvertire comunque una punta di gelosia nei confronti di Baldo.

Continuo giù per Rue Ripas e, dopo qualche passo, uno sparuto gruppetto di gente stranamente abbigliata e ferma davanti all’entrata di una galleria d’arte attira la mia attenzione. Faccio per avvicinarmi, ma ci ripenso. Mi dirigo verso casa, adesso ho voglia di rigatoni al pomodoro.


Damiano Tancredi Buffa nasce a Palermo nel 1994. Nel 2015 è a Bologna per intraprendere gli studi alla facoltà di Lettere. Dopo aver conseguito la laurea triennale, si trasferisce a Parigi, dov’è attualmente iscritto al corso di Gestione del Patrimonio Culturale all’università Pantheon-Sorbonne. Da Gennaio 2020 segue uno stage al Dipartimento delle Pitture del museo del Louvre, per specializzarsi sul Rinascimento italiano. Innamorato di Arte, Cinema, e Letteratura, è anche vittima di una passione smodata per il Calcio.