Musica

Playlist #4 / Facing the mirror


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In questo appuntamento della rubrica musicale dei Quaderni contemporanei, ho scelto cinque brani (molto diversi tra loro) in cui, come il titolo suggerisce, l’autore è allo specchio e si osserva; e la canzone, anche lei, ragiona su di sé, sul fare musica, sull’essere essa stessa musica. Ognuno di essi affronta e sviscera il tema da punti di vista diversi, e con intenzioni differenti.

Il livello di autoanalisi più immediatamente comprensibile è quello di Sultans of Swing, che in effetti più che una autoanalisi è un dettagliato racconto dell’essere musicisti: la traccia non sfonda se stessa caricandosi come avviene nei pezzi successivi –d’autocoscienza, ma resta un pezzo dal groove ammaliante, con assoli di chitarra da storia del rock.

Joe’s Garage ha un punto di partenza simile, ma la visionarietà di Frank Zappa è tale che l’autore stesso, mentre si esibisce, riflette e anticipa l’esibizione stessa, descrive l’atto del suonare prima ancora che diventi azione, la partitura prima ancora che diventi musica; tanto che un riff di due sole stupidissime note riesce ad accentrare tutta l’attenzione di chi ascolta (“Turn it down! I have children sleeping here… Don’t you boys know any nice songs?”). Inutile invece dilungarsi sull’arrangiamento: chi conosce Frank Zappa sa che si sta parlando di un geniaccio.

Pop Song di David Sylvian e L’Avvelenata del maestro Guccini hanno in comune l’intento poco velatamente polemico: essere artisti famosi comporta necessariamente lo scendere a compromessi? O si può essere irriverenti, innovatori, inventori senza riserve? Guccini sceglie di reagire a questa sensazione d’asma prendendosela dichiaratamente con Riccardo Bertoncelli, che finisce per incarnare tutta quella dimensione del mercato musicale che il cantautore bolognese accusa di marciume; e lo fa con trivialità e poco generosa ironia direttamente innestate nel testo. David Sylvian invece resta implicito e risponde alla Virgin sfoderando tutto il grottesco che riesce a mettere in scena: è chiaro che non avrebbe funzionato allo stesso modo se avesse apertamente mostrato risentimento all’etichetta che produceva i suoi pezzi, ma una presa in giro del genere a chi gli chiedeva qualcosa di meno sperimentale e più “pop”, seppur sottilissima, rivela un acume di altissimo livello (“Wild, unwise, trivialized, untrue”).

Ma il pezzo che ha destato in me l’interesse per questa breve riflessione (potremmo dilungarci molto ancora, ma in questa sede deve interessare principalmente l’ascolto, il sonoro) è Signed Curtain, che Robert Wyatt scrive nel 1971, durante la breve parentesi coi Matching Mole. Signed Curtain, nella sua semplicità e nel suo mascherato banale, ricorda l’arte contemporanea, dove il significato intrinseco accentra su di sé tutta la carica, e lo riempie d’immediatezza. Per dirla in parole povere, è la classica sensazione del “Ma perché non ci ho pensato io per primo…” (“Beh un motivo ci sarà”, ci si sentirà rispondere). Ci troviamo davanti a una metacanzone, che mette in luce lo scheletro della musica e del comporre testi in musica, che si autoesperisce con una genuinità disarmante e che, ultimo ma per forza di cose non per ultimo, è davvero una bella canzone.

Buon ascolto!

Tracklist:

1. Sultans of Swing – Dire Straits
2. Joe’s Garage – Frank Zappa
3. Pop Song – David Sylvian
4. L’avvelenata / Remastered 2007 – Francesco Guccini
5. Signed Curtain – Matching Mole

 


Alessandro Lucia è nato il 21 novembre 1995 a Pescara. Diplomato al Liceo Classico di Pescara, nel 2017 consegue la laurea in Lettere Moderne all’Università di Bologna, dove prosegue gli studi, ottenendo la specializzazione in Italianistica nel novembre del 2020. Ama – non potrebbe essere altrimenti – la letteratura ed anche la musica, che studia fin dall’infanzia e che lo trascina dalla tastiera di un pianoforte classico alle drum machines, ma non disdegna affatto interessi più “profani”, come il calcio e i videogames. Nel suo nebbioso futuro da umanista intravede ulteriori studi, polverosi archivi e dotte biblioteche.