Letteratura

Per un primo approccio a “La Nausée” di Sartre


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Era il 1938 quando l’editore Gaston Gallimard si occupava della pubblicazione di un romanzo che risulterà fondamentale non soltanto per il successo e la notorietà che farà avere al suo autore, allora noto perlopiù negli ambienti filosofici, ma anche per la capacità di condensare in meno di duecentocinquanta pagine la nuova e ossessiva “Weltanschauung” in cui si trova immerso, consapevolmente o meno, ogni essere umano da circa un secolo: “La Nausée” di Jean-Paul Sartre. Certamente non fu una gestazione facile, dal momento che la corrispondenza tra autore ed editore si prolungò per diversi anni. Sartre, infatti, dovette cedere a molti compromessi per permettere l’uscita del suo primo romanzo, a partire dal titolo di ispirazione dureriana “Melancholia”, mutato in un più efficace “La Nausée” per scelta di Gallimard stesso, fino ad arrivare al riadattamento delle scene giudicate più crude e disdicevoli, almeno secondo il metro di giudizio del pubblico borghese (e cattolico) che spesso costituiva il cliente principale della casa editrice parigina, come nel caso delle molestie omosessuali e pedofile di cui si macchia l’Autodidatta nelle battute finali del testo. Giudicando la vicenda a posteriori, però, si evince come la questione principale che doveva aver dato non pochi ripensamenti a Gallimard fosse fondamentalmente legata alla filosofia con la quale Sartre aveva corroborato la sua opera. Di base, ne “La Nausée” aleggia un certo sentimento anarchico o, perlomeno, ogni lettore francese avrebbe potuto sentirsi autorizzato dalle recenti vicissitudini (alcuni movimenti libertari francesi avevano preso parte alla guerra civile spagnola) a interpretare gli eventi della vita di Antoine Roquentin come facenti parte di un processo volto a delegittimare il ruolo dello Stato e, quindi, a vedere in Sartre un sostenitore di questo pensiero. A tutto ciò va aggiunto una contraddizione ben più evidente: benché le proprie origini e il suo ceto sociale, Sartre si mostra particolarmente critico verso la borghesia francese contemporanea, non esitando mai a condannare il modo in cui essa si mostra pubblicamente o giudica la società circostante. Il filosofo descrive i borghesi fortemente e gratuitamente inclini ad ogni perversione, ebbri come sono di gloria e di materialismo, e naturalmente portati alla menzogna e al sopruso verso chi cerca in loro supporto. Tale denuncia sociale ricorre più volte nel testo, ma emerge in tutta la sua violenza espressiva nella fredda analisi dei commensali in cui si lascia andare Roquentin quando si trova inaspettatamente a pranzare con l’Autodidatta. Per Gallimard, considerato il pubblico della sua casa editrice, questa non dovette risultare una questione irrilevante. D’altro canto, va notato anche come Sartre si fosse semplicemente aggregato alla già abbondante lista di autori che, avvicinatisi alla narrativa tramite le opere di Flaubert e di Zola, avevano colto principalmente le incongruenze e l’edonismo della classe borghese, per poi successivamente indicarla come condizione sociale massimamente disprezzabile.

Di base, ne “La Nausée” aleggia un certo sentimento anarchico o, perlomeno, ogni lettore francese avrebbe potuto sentirsi autorizzato dalle recenti vicissitudini (alcuni movimenti libertari francesi avevano preso parte alla guerra civile spagnola) a interpretare gli eventi della vita di Antoine Roquentin come facenti parte di un processo volto a delegittimare il ruolo dello Stato e, quindi, a vedere in Sartre un sostenitore di questo pensiero

Nonostante tutte le difficoltà editoriali, “La Nausée” era meritevole di pubblicazione anche per il solo fatto di aver rivoluzionato e di nuovo valorizzato il romanzo filosofico, dal momento che il genere aveva iniziato a soffrire di una certa claustrofobia, relegato com’era dai tempi del “Candide” voltairiano ai sempre più angusti spazi della favola moralizzatrice. Sartre, conscio delle potenzialità espressive della sua lingua non meno che affetto dalla spregiudicatezza tipica di chi si rivolge per la prima volta alla stesura di un romanzo, trova lo spazio ideale per rappresentare l’individualismo di Roquentin nel genere diaristico, il quale si presta bene all’indagine filosofica perché naturalmente confinante con la biografia e, soprattutto, abbastanza riservato da favorire momenti di confessione che travalichino i limiti di ogni morale. In effetti, “La Nausée” è dissacrante, angosciante, iperbolica, irrefrenabile, salace e annichilente nel suo stile vivido, concreto, reale. Sartre, nella caratteristica volontà di narrare nient’altro che ciò che si sente e di cui si fa esperienza, restituisce la più autentica e diabolica immagine dell’uomo moderno. Roquentin ci viene presentato come un ligio dottorando in storia, ma anche come il tipico viaggiatore mosso dall’estenuante ricerca della novità; Roquentin passa le notti con la proprietaria del bistrot dove consuma i pasti, ma lo fa per colmare l’assenza generata dall’addio della ex-fidanzata Anny; Roquentin sviluppa costantemente una misantropia sempre più acuta, ma si lascia comunque affascinare dagli strani comportamenti dell’Autodidatta: attraverso continue contraddizioni e un carattere fortemente prismatico, Sartre non si limita a disegnare il protagonista del suo romanzo ma azzarda addirittura l’abbozzo di ogni uomo del XX secolo. Ne viene fuori che tutti, in percentuale di identificazione variabile, ci possiamo riconoscere nell’autore del diario.

Sartre, nella caratteristica volontà di narrare nient’altro che ciò che si sente e di cui si fa esperienza, restituisce la più autentica e diabolica immagine dell’uomo moderno

Roquentin non si individua ontologicamente nel mondo che lo circonda, non trova una collocazione tra gli enti della losca e grigia realtà, non riesce a vivere nel presente, ma al contempo perde infaustamente sempre più elementi del suo passato, fino a mettere in discussione finanche il marchese de Rollebon, oggetto della sua tesi di dottorato, quando non percepisce più nella vita del morto alcuna giustificazione alla presenza del vivo. Questa condizione di spaesamento nel reale ricorre nel testo come “Nausea”, cioè la dimensione metafisica in cui aleggia l’esistenza e che ci pervade così tanto da far sì che ogni elemento della realtà abbia una determinata influenza sulla coscienza. Nella Nausea, ogni cosa suscita disprezzo perché opprime l’uomo e, nella negativa pienezza degli oggetti reali, conduce al soffocamento e al malessere. La Nausea coinvolge tanto la percezione sensibile quanto la “ratio” e, una volta sperimentata, condanna l’individuo in ogni suo confronto con gli enti del mondo a provare un’angoscia tale da avere orrore di esistere. Per questa concezione, Sartre è stato troppo a lungo ingiustamente tacciato di pessimismo quando, a scandagliare i fondali de “La Nausée”, sembra invece emergere una visione ottimistica dell’esistenza: la Nausea permette di conoscere la vera realtà delle cose, di distinguere l’inautentico in cui i “Salauds” sono istintivamente immersi dall’autentico in cui si comprende che essi sono tali a causa della malafede, e, dal momento che raggiunge questa dimensione solo chi è angosciato e solitario, concede anche il privilegio all’individuo in società di agire in modo autonomo, di avere libertà intellettuale e morale, di essere artefice del proprio destino perché padrone della propria esistenza. Non è un caso, infatti, che Anny ricomparirà misteriosamente nella vita di Roquentin quando egli avrà compreso che la Nausea non è altro che la vera essenza dell’esistenza: il protagonista sarà finalmente libero di modulare la sua vita, ma la disillusione sarà troppo grande per immaginare di nuovo un futuro con la donna amata.

La Nausea coinvolge tanto la percezione sensibile quanto la “ratio” e, una volta sperimentata, condanna l’individuo in ogni suo confronto con gli enti del mondo a provare un’angoscia tale da avere orrore di esistere

Sartre è un maestro nella rappresentazione formale della Nausea, la quale investe costantemente il protagonista nell’osservazione degli oggetti della realtà: tutto il romanzo è travolto da colori pallidi, sbiaditi, inconsistenti e farcito da opprimenti riflessioni dense di nichilismo, misantropia e solitudine. Quello che fa l’autore con grande efficacia è, anche per mezzo di uno stile raffinato, teorizzare autenticamente e filosoficamente il concetto di “homme solitaire”, cioè l’individuo che si oppone alla società con l’indipendenza del proprio pensiero, ma che non deve nulla a questa poiché vive liberamente un’esistenza non mistificata. Tutto il romanzo infatti verte sulla profonda libertà del soggetto, quindi non sono escluse possibilità di redenzione; Roquentin è padrone della sua esistenza perché ha provato il disorientante “horreur d’exister” della Nausea ma, nel momento in cui capisce che non esistono più avventure ma solo storie individuali, citando Simone de Beauvoir, accetta la grande avventura d’essere se stesso. Per questa ragione, nelle ultime pagine del testo, Roquentin concepisce l’eventualità di approvarsi ontologicamente durante il rinnovato e malinconico ascolto delle incedenti note di “Some of these days”.

Tutto il romanzo infatti verte sulla profonda libertà del soggetto, quindi non sono escluse possibilità di redenzione

Durante gli anni Settanta, ormai autore di numerose opere, Sartre dichiarò più volte di aver ancora una particolare predilezione per “La Nausée”. Era convinto di esser riuscito a comporre l’opera più intimistica ma al contempo più universale della sua produzione, capace com’era di contenere la sua vita e quella di tutti gli esseri umani del suo tempo in un numero limitato di pagine. D’altronde, da un punto di vista prettamente letterario, “La Nausée” si pone a manifesto dell’intera filosofia esistenzialista sartriana per come ci viene riproposta nei testi successivi, partendo dalla decomposizione della classe borghese e giungendo all’ipotesi che solo il rifiuto dell’inautentico possa fornire le basi per esistere liberamente. Ma, come spesso accade con i capolavori della letteratura, l’opera venne accolta come una rilettura dei testi kafkiani e solo successivamente, complice il grande debito intellettuale che vari autori contemporanei contrassero nei confronti di Sartre, venne conferito a “La Nausée” il meritato posto nel panorama letterario europeo.


Yuri Sassetti è nato il 15 gennaio 1995 a Siena. Una volta conseguito il titolo di laurea triennale in Studi letterari e filosofici all’Università degli Studi di Siena con una tesi sulle figurazioni del vampiro nella letteratura gotica inglese, decide di proseguire il percorso di formazione nella città dove è nato iscrivendosi a Lettere moderne ma specializzandosi nelle letterature straniere. Ama leggere e scrivere poesie, suona la chitarra in una band e trova interessante il cinema impegnato. Attualmente sta pensando alla raccolta e pubblicazione di una serie di saggi di critica letteraria.


Immagine: The Artist’s Sitting Room in Ritterstrasse, 1851 / Adolph Menzel (MET collection OA)