Prosa Racconti

Frammenti


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Nell’ultimo periodo era diventato pressoché impossibile avere da parte sua qualche attenzione. Per quanto ogni mio gesto ed ogni mia parola fossero studiati per suscitare in lei anche il minimo interesse, era come se si ostinasse a rimanere indifferente verso il mondo. Più volte guardandola mi era venuta in mente l’immagine di quelle rocce che ergendosi impassibili dal fondo di fiumi burrascosi, un misto di rabbia e schiuma, ne deviano il corso d’acqua resistendo alla corrente che si rassegna a renderle solo un po’ meno spigolose. Questo era diventata Giulia: una roccia solitaria, ferma immobile, in grado di resistere al flusso della vita che le scivolava semplicemente accanto.

Ho ancora ben impressa nella mente la figura di lei, seduta con le ginocchia al petto su quella spiaggia bianca in cui tante volte avevamo fatto l’amore e che la mattina, con la luce di mezzogiorno, appare sempre come un’immensa distesa di latte. Pensava a qualcosa che non aveva intenzione di condividere con nessun altro, un pensiero profondo di cui non poteva parlare. Perché ciò che detto fra sé appare acuto e rispettabile, se lo si dice a voce alta diventa solo un altro stupido concetto. E poi ci avevo già provato più volte ad estorcerle qualcosa, ma lei diceva che non avrebbe avuto senso, non avrei comunque capito.

Conobbi Giulia durante un progetto fotografico organizzato dall’ università. Ci avevano portato nel sud della Sicilia, in un bel boschetto di pini, con il compito di ricercare e immortalare in quel luogo il soggetto più adatto a rappresentare il nostro concetto di Vita.
Non avendo idea da dove cominciare, ricordo che mi misi a girare senza un criterio intorno a quei pini il cui odore d’estate è più forte che nelle altre stagioni, un odore che per me rappresenta da sempre quello dell’infanzia passata in campagna con la famiglia nel mese di Agosto.

La vidi dopo essermi arrampicato su uno di quegli alberi per cercare di ottenere una visuale migliore del boschetto. Aveva un vestito bianco a fiori che svolazzava per via del suo continuo camminare avanti e indietro sul tappeto di aghi marroni che si era formato nel piccolo spiazzo libero alla base della mia postazione naturale. Il contrasto tra la pelle scurita dal sole e il vestito bianco restituiva all’occhio un effetto simile a quello che si ha osservando le ceramiche greche a figure nere su sfondo chiaro.

Era, sin da allora, di una bellezza che alle volte mi intimidiva.

C’era qualcosa in lei, come un’innocente e quasi puerile vergogna per la propria bellezza, che ne accresceva il fascino e che suscitava in chi la guardava una tenerezza incontrollata.

Fu lei, accortasi con un sussulto della mia presenza, a rivolgermi per prima la parola. Mi disse sorridendo che l’avevo spaventata.

Ricordo anche che con la scusa di farmi perdonare la invitai ad uscire quella sera. Da lì in poi cominciammo a vederci con sempre maggiore frequenza, fino a quando un pomeriggio, a casa mia, io le dissi di amarla. Alla mia dichiarazione Giulia fece seguire un lungo silenzio che avevo interpretato come un rifiuto in grande stile da parte sua ed una colossale figura di merda da parte mia. Niente di tutto questo però, perché lei riaccese le mie speranze sorridendo piano e affogando un “Ti amo” in un bacio di una dolcezza commovente.

Anche adesso, a distanza di sette anni da quel bacio, provo lo stesso senso di rassicurante abbandono nei suoi confronti se ripenso a quel momento.

Ma in sette anni molte sono le cose che cambiano. Si tratta di un lasso di tempo abbastanza lungo da permettere di conoscere l’altro sin nella sua parte più intima e nascosta. Convinzioni, paure, incertezze, perversioni persino, che nel lungo periodo emergono e si manifestano volontariamente o meno all’altro, che le accetta, perché l’amore per qualcuno implica già all’inizio la firma invisibile di un silenzioso compromesso.

È l’abitudine che rappresenta l’elemento esogeno che logora poco alla volta, ma inesorabilmente, un legame. E gli ultimi tempi con Giulia non erano diventati altro che mera abitudine. Ci ha tenuto insieme solo la consapevolezza di una quantità enorme di esperienze condivise in tanti anni, un bagaglio di cui abbiamo iniziato a sentire il peso, per abbondanza appunto, ma anche per importanza.

Ma io che non sono mai stato coraggioso, non ho mai trovato la forza di mettere fine a una storia che si stava trascinando da un pezzo e che si nutriva quasi esclusivamente di un passato glorioso. Sebbene fosse questa la situazione però, Giulia continuava ad essere per me una colonna portante, un sostegno che poteva e doveva esistere indipendentemente dal sentimento che ci teneva uniti, che questo fosse amore, affetto o amicizia. Non avrei potuto trovare il coraggio di causare una rottura netta.

Tutte le volte che ci avevo provato, infatti, ero finito con l’avvertire un senso di angoscia, di impotenza, di annullamento, che sapevo bene essere la conseguenza di un sentimento, risultato di un miscuglio di molti altri, che andava al di là di ogni ragionevole comprensione.

Sapevo che un’interruzione definitiva della nostra ormai logora storia poteva provenire soltanto da lei, quello che non avrei mai potuto immaginare era che sarebbe avvenuta in questo modo e così all’improvviso.

Giulia è morta sei mesi fa.

Io mi trovavo in viaggio, all’estero, e la notizia me la diede quasi immediatamente sua sorella, sua complice in tutto, anche nel tenermi nascosta la malattia fulminante che l’aveva colpita non molto tempo prima e che sin da subito non le aveva lasciato grandi aspettative di vita. Stando sempre alle parole della sorella, Giulia aveva deciso di non dirmi nulla perché non sopportava l’idea che fosse la sua morte imminente a tenerci insieme, morboso collante delle nostre vite. E non so se sia stata la conseguenza della sua scelta di lasciarmi allo scuro di tutto, ma prima di abbandonarsi ad una recidiva indifferenza verso tutto ciò che le stava intorno, aveva cominciato ad avere più attenzioni nei miei confronti. Ho capito in seguito che si trattava di una sorta di sistema di protezione che aveva pensato per me, come se avesse paura di farmi del male rendendomi partecipe della sua malattia.

Non ho reagito alla scomparsa di Giulia. Non subito almeno. Non ho neanche versato delle lacrime all’inizio, la sua morte non era reale, si trattava soltanto di un’assenza temporanea alla quale lei stessa avrebbe messo fine una volta fatto ritorno da me.

Il dolore è subdolo, è un male meschino che si annida all’interno ed è lui, e lui soltanto, che decide in che momento e in che misura esplodere.

Ero a letto quando il mio dolore ha deciso di deflagrare con una potenza che non credevo un sentimento potesse possedere. Ricordo di aver iniziato a piangere senza neanche rendermene conto, continuando a pensare al nulla. Il pianto, i singhiozzi, la disperazione, la nausea. Vomitai diverse volte prima di riuscire a calmarmi. E così avanti ogni notte, per dei giorni interi.

Giulia si è portata via tutto, ha asportato la porzione più grande della mia felicità, lasciandone una piccolissima parte che sopravvive grazie al ricordo di lei. E io adesso so che lasciare che l’abitudine la allontanasse da me, prima ancora della sua malattia, è stato l’errore più grande che potessi commettere. Ho giocato inconsapevolmente col tempo, che non è un’entità astratta. È presente, tangibile, il tempo è il tuo amore che cessa di esistere.

Di lei sento la mancanza e non saprei quantificarne la distanza. Ogni mia attenzione è rivolta nei suoi riguardi, ed in fondo vorrei non fosse così, per risparmiarmi la fatica di continuare a sognare un finale diverso. Vorrei mi dicesse da che parte ha volto lo sguardo, che mi mostrasse i progetti migliori ai quali adesso è destinata, in un mondo al riparo da tutto.


Damiano Tancredi Buffa nasce a Palermo nel 1994. Nel 2015 è a Bologna per intraprendere gli studi alla facoltà di Lettere. Dopo aver conseguito la laurea triennale, si trasferisce a Parigi, dov’è attualmente iscritto al corso di Gestione del Patrimonio Culturale all’università Pantheon-Sorbonne. Da Gennaio 2020 segue uno stage al Dipartimento delle Pitture del museo del Louvre, per specializzarsi sul Rinascimento italiano. Innamorato di Arte, Cinema, e Letteratura, è anche vittima di una passione smodata per il Calcio.