Prosa Racconti Reportage narrativo

Calende di marzo


Per gli altri articoli di Francesco

[Giovedì 21 marzo 2019, 13’07h – Paris, Parc Monceau]

Circa tre settimane fa, l’inverno ha regalato a Parigi una sbuffata di calore. Secondo le indiscrezioni, quasi tutti i Paesi d’Europa hanno goduto di quest’assaggio di primavera. Si è parlato di una corrente d’aria fredda, arrestatasi nel Nord America, che ha fatto scendere la temperatura fino a -50° a Chicago; di conseguenza a noi, vecchi continentali, è toccata l’ondata buona, quella calda, coccolosa, che ha scaldato il termometro della capitale francese fino a +22°. Francamente quest’analisi meteorologica non mi convince affatto. Dicerie, due più due popolari! Il meteo non funziona mica come due secchi d’acqua, ovvero, se ne svuoti un po’ dell’uno nell’altro, il primo si libera e il secondo si riempie! Ecco, questa è la mia impressione – anche se non sono di certo un Giuliacci.

Ad ogni modo, a Parigi le calende di marzo si sono colorate prematuramente di verde, di giallo, di rosa e di bianco e di tutti i colori che aprile porta con se, che maggio trattiene e che l’estate a poco a poco dirada, uccide. Passeggiando per i viali alberati, il mio sguardo, sempre rivolto ai tetti dei palazzi haussmanniens o agli interni delle finestre (i soffitti saranno affrescati? Retti da travi in legno a vista? Dove sono i quadri, le sculture, le finiture baroccheggianti, gli stucchi intrecciati, i pampini bianchi?) veniva impedito e distratto dai rami stanchi ma non più morti. Come un anziano, rimasto a lungo in posizione di riposo – disteso, scompostamente accasciato – tenta di risollevarsi sulle gambe, il volto in una smorfia, i muscoli e i nervi tremanti, così in quelle insolite calende di marzo ogni fronda pareva internamente accendersi, rialzarsi; un conato verdeggiante rispondeva al bisogno, alle leggi della Natura. E le estremità delle rachitiche braccia legnose sputavano germogli chiari, boccioli di pittura che combattevano, nella mia retina, lo smunto pallore dei palazzi. Persino il blu invecchiato dei tetti parevano rifuggire queste nuove forze vitali, inattese, per spingersi ancor più su, verso un altro, più alto blu: l’azzurro immenso, smantellato di nubi. Come d’incanto, anche gli abitanti di Parigi avevano ripreso vita. Uscivano dalle case per riempire le strade, le terrasses, i parchi. La forza della Natura si era riversata anche in loro. Una grossa onda fa crescere da un lato il livello del mare e gli stolti credono si tratti di un’improvvisa alta marea; invece, passata l’onda, l’acqua si ritira in fretta e scopre l’arena bagnata, infreddolita, come un corpo cui è stata improvvisamente sfilata la coperta. Così, dopo pochi giorni, se ne andò quel soffio caldo e i parigini, delusi, tornarono a cercare il tepore dei termosifoni nelle proprie case, chi negli appartamenti stuccati, chi nei monolocali di 10 m².

Oggi è il 21 marzo, l’inizio di una nuova stagione e il sole mi scalda la nuca. Ci sono +17°. Sono passate circa tre settimane da quell’imbroglio di primavera. I germogli che sono sopravvissuti al ritorno del freddo cercano di riuscire, spauriti, deboli. Io mi sento triste e vorrei avere Aurora al mio fianco.


Francesco Magon nasce nel 1995 a Treviso. A 20 anni lascia Mogliano Veneto e si trasferisce a Bologna e poi (2017) a Parigi. Nel 2019 fonda Letteraturite, rubrica radiofonica per Aligre FM (93.10) dove lavora come presentatore e tecnico del suono. Lo stesso anno è redattore presso il giornale giuridico “Leaders League” e, nel 2020, partecipa al progetto editoriale «L’Italia del Père-Lachaise» (Skira editore). Quando non perde il suo tempo tra giri in bici, cinema, bar, librerie, parchi e campi da calcio, frequenta i corsi in Teorie della letteratura della Sorbonne, dov’è iscritto. Nessuna allergia da segnalare, tranne un’intolleranza a certi –ismi (tra i peggiori ricordiamo: perbenismo, servilismo, razzismo, populismo, estremismo, estetismo etc.), ai luoghi comuni e alle banalità.