Critica

Memorandum provvisorio per tempi futuri


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La fragilità a cui ci sta esponendo la pandemia non è né occasionale né estemporanea, essa giace già da tempo al fondo delle nostre strutture sociali, politiche ed economiche. Il Covid-19 non ha fatto altro che illuminare forzatamente le variegate e numerose falle del sistema, che negli anni si sono accumulate e stratificate, sino a diventare parte costituiva dell’intero meccanismo. Ecco perché, ora più che mai, tutti si interrogano sul prossimo ritorno alla “normalità”, ben consapevoli che rientrare a pieno regime nel perimetro relazionale di una normalità identica de facto a quella pre-Covid-19 vorrebbe dire perseverare diabolicamente nell’errore, negare alla radice la potenziale e terribile eredità che questi giorni ci stanno consegnando. Dunque, ciò che ci aspetta, almeno teoricamente – il divario tra teoria e pratica rimarrà irriducibile come lo è oggi? –, è ripensare le fondamenta stesse del nostro modo di agire nel mondo e di relazionarci con l’altro, il prossimo e il lontano, l’animale e il vegetale. La realtà (spazio + tempo) non è un pozzo a cui attingere a nostro piacimento. Come spiega bene Di Vittorio: «La relazione di realtà è quel nesso che ci connette con e attraverso una forma di alterità (a cominciare dal rapporto con noi stessi), e che ci espone quindi a qualcosa che non “padroneggiamo” mai del tutto. La realtà è il non-padroneggiabile e la relazione di realtà è ciò che ci mette in contatto con l’altro, “alterandoci” in questo stesso contatto»[1].

Rientrare a pieno regime nel perimetro relazionale di una normalità identica de facto a quella pre-Covid-19 vorrebbe dire perseverare diabolicamente nell’errore, negare alla radice la potenziale e terribile eredità che questi giorni ci stanno consegnando

È necessario quindi – ma lo era già prima di questa infausta pandemia globale – reimpostare ad ogni livello, seguendo una velocità non più graduale ma accelerata, il rapporto e la dialettica tra uomo e natura. Probabilmente uno tra gli effetti primari della catastrofe sanitaria e umanitaria «sarà quello di preparare l’umanità al prossimo step cognitivo, quello dell’accettazione del collasso ambientale come problema numero uno della nostra specie»[2]. Il cambiamento climatico, la crisi sanitaria gravissima e le conseguenze economiche devastanti che seguiranno nei prossimi mesi impongono perciò un’urgenza di prassi e pensiero che invoca da un lato la responsabilità accresciuta del singolo, la cui indifferenza non può essere più delegata né legittimata, e dall’altro un piano condiviso d’azione politica e dunque economica e produttiva su scala internazionale, che interpelli il più ampio spettro di attori e partecipanti, senza più tentennamenti, polemiche e procrastinazioni. Partendo dal presupposto innegabile che, come scrive Edgar Morin: «Il virus ha smascherato la mancanza di un’autentica coscienza planetaria»[3], ciò a cui la pandemia sta dando forma, individualmente e collettivamente, è una «responsabilità di tutto per tutti, una responsabilità illimitata senza confini geografici e storici»[4], il cui paradossale potenziale dovrà essere testato pragmaticamente nei tempi a noi prossimi.

Il cambiamento climatico, la crisi sanitaria gravissima e le conseguenze economiche devastanti che seguiranno nei prossimi mesi impongono perciò un’urgenza di prassi e pensiero

Ogni paradigma di comportamento e d’azione dato sinora per buono, ipocritamente tollerato e difeso, dev’essere rimodellato a partire dalle aporie strutturali e dalle emergenti debolezze congenite che la triste situazione attuale sta evidenziando in maniera perentoria. Tuttavia, come sottolinea opportunamente Pier Aldo Rovatti: «Il “dopo” di cui molto opportunamente ci preoccupiamo, ipotizzando che nulla risulterà più uguale e bisognerà costruire un nuovo stile di vita, non sarà automaticamente migliore del presente»[5]. La frenesia del fare e soprattutto la voglia del fare diversamente potrebbero costituire un grave errore di partenza in una prospettiva a medio-lungo termine se non si è in grado di accompagnare e ancorare il bisogno di mutamento profondo a cui l’uomo dovrà necessariamente prestare ascolto ad un ordine studiato, lungimirante, fattibile, previdente, di riflessioni e decisioni politiche e socio-economiche capaci di orientare e puntellare saldamente a terra il percorso da intraprendere, per forza di cose verticalmente e orizzontalmente inclusivo. Il segno nuovo da appore al domani è labile, la direzione per adesso confusa. Scrive Ronchi a tal proposito: «La situazione è strana: da un lato abbiamo la certezza che è in atto un cambiamento radicale, che niente sarà comeprima, dall’altro cosa accadrà, quale cambiamento è in corso, resta totalmente indeciso. Il trauma, del resto, ha proprio questa natura. È il sentimento incontrovertibile di un “accadere” che però non ha oggetto»[6].

La frenesia del fare e soprattutto la voglia del fare diversamente potrebbero costituire un grave errore di partenza in una prospettiva a medio-lungo termine

Entro il perimetro di questo trauma sprovvisto ancora di lineamenti precisi e definizione certa, assume una rilevanza fondamentale risemantizzare gran parte del vocabolario relazionale che ci vede soggetti protagonisti quotidianamente, partendo dai concetti cardine di “prossimità” e “vicinanza”, inevitabilmente svuotati del loro significato pregresso e storicamente dato da settimane prolungate di “distanziamento sociale” e quarantena. Occorre dotarsi dunque di un nuovo meccanismo di significazione che sappia rimettere in gioco e sostituire concetti obsoleti e oramai inadeguati. Ogni fattore assume adesso un’importanza capitale, così come assume un’importanza decisiva operare d’ora in avanti attraverso le maglie di un pensiero rinnovato, che rinunci alla pretesa ottocentesca e positivista d’asservire razionalmente i fenomeni del mondo circostante in virtù di un’ipotetica superiorità cognitiva e di specie, oggi a tutti gli effetti sbugiardata, per abbracciare un orizzonte di senso e di ricerca del senso più incerto, meno perentorio, gerarchizzato e antropocentrico forse, ma di sicuro maggiormente condiviso e condivisibile, solidale, equilibrato. D’altronde la rivoluzione dovrà essere anzitutto una rivoluzione del pensiero, come sosteneva Horkheimer in “Teoria critica e teoria tradizionale” [7].

Occorre dotarsi dunque di un nuovo meccanismo di significazione che sappia rimettere in gioco e sostituire concetti obsoleti e oramai inadeguati

Il neoliberismo degenerato e tossico, esacerbatosi negli ultimi trent’anni, che ha confuso la libertà d’impresa con la concorrenza sleale o persino con la non-concorrenza, facendo peggiorare drasticamente non solo gli standard di qualità dei prodotti e dei servizi offerti, ma anche e soprattutto le condizioni lavorative dei salariati, incornicia e presuppone un modello di vita e di consumo divenuto oramai insostenibile, in cui la distribuzione del reddito e della ricchezza è estremamente disomogenea e la maggior parte dei cittadini ha un reddito non adeguato all’elevato costo della vita. I monopoli, a cui vengono accordati tariffe fiscali irrisorie rispetto ai loro fatturati ultramilionari, continuano a crescere a discapito delle piccole e medie imprese, che a fatica sopravvivono in un universo così polarizzato. Il mondo finanziario persevera indefesso nella sua tendenza a creare bolle speculative completamente slegate dall’andamento reale dell’economia. Il mercato internazionale è saturo e sbilanciato e non offre più alcuna garanzia di servizio. Il caso delle mascherine mancanti e introvabili ha fatto emergere prepotentemente una delle più gravi carenze del sistema per anni foraggiato. Al netto di un necessario ribilanciamento quantitativo e geografico dello spostamento e della fruizione delle merci e di un miglioramento dell’intera filiera produttiva, è doveroso «capire i limiti della delocalizzazione, ripensando una politica industriale in grado di garantire un’autonomia necessaria. Bisogna in alcuni settori strategici, rilocalizzare e produrre nel territorio per rispondere anche a situazioni di emergenza»[8]. Nel loro “Manifesto-Piattaforma in dieci punti per rinnovare l’economia fondamentale”[9], redatto a fine marzo, il Foundational Economy Collective scrive: «Quando la pandemia sarà finita, avremo bisogno di trovare un nuovo equilibrio, più lontano dalla logica dell’economia competitiva, e più vicino all’economia fondamentale, ovvero a quello spazio economico, per lo più protetto dalle dinamiche della concorrenza, nel quale si producono e si rendono disponibili i beni e i servizi essenziali per la vita quotidiana, che alimentano la qualità della vita e la sostenibilità»[10]. Riabbracciare lo status quo ante è impensabile.

Il neoliberismo degenerato e tossico incornicia e presuppone un modello di vita e di consumo divenuto oramai insostenibile

Non esistono soluzioni facili e sarà necessario fare dei compromessi, ma conosciamo l’estensione perimetrale della pars destruens da cui partire e da cui innescare con energia e perseveranza mutamenti sociali, economici, finanziari, ambientali, politici, culturali non più rimandabili. Matteo Meschiari scrive ottimista che «siamo una specie dotata di grande capacità di adattamento, sempre in equilibrio tra analisi predittiva dell’esperienza ed elaborazione di scenari alternativi»[11]. Per andare avanti però stavolta è forse necessario fare prima un passo indietro.


[1] P. Di Vittorio, La realtà e i cowboy. A proposito del più grande evento mediatico della storia, Aut Aut, autaut.ilsaggiatore.com/2020/04/la-realta-e-i-cowboy/fbclid=IwAR1v60Co6u33o63etJI7Y09UYSzySJzubgAnybP23TTpc9TcyvrqZvQvYs

[2] M. Meschiari, Cinque domande sullo scenario futuro, Doppiozero, https://www.doppiozero.com/materiali/cinque-domande-sullo-scenario-futuro?fbclid=IwAR0nOxHpepIG1DqmXPNRI9iDGccMGFKQRkmj_Dp5mmf–Ji0n6qZXHb2O64

[3] Intervista di Nuccio Ordine a Edgar Morin, La lettura, 5/04/2020

[4] R. Ronchi, Teologia del virus, Doppiozero, https://www.doppiozero.com/materiali/teologia-del-virusfbclid=IwAR1T_RvLZshyC35unNkPVrYPTB8YzASRVBTbIqwj2NlrcZ7eddSicRRqe8

[5] P. A. Rovatti, Sta cambiando l’idea di prossimità, Etica minima, https://www.scuolafilosofia.it/2020/04/sta-cambiando-lidea-di-prossimita/

[6] R. Ronchi, op. cit.

[7] M. Horkheimer, Teoria critica e teoria tradizionale, in La scuola di Francoforte, Torino, Einaudi, 2005.

[8] Intervista di Nuccio Ordine a Edgar Morin, cit.

[9] https://fondazionefeltrinelli.it/dopo-la-pandemia-dieci-punti-per-rinnovare-leconomia-fondamentale/?fbclid=IwAR0UYPbn6ST-tgFuLVY-0G663sVos2Jgho80anveo8UHpr2TktRizxIg3rc

[10] Foundational Economy Collective, Cosa accadrà dopo la pandemia? Una piattaforma in dieci punti per rinnovare l’economia fondamentale, p. 8, https://fondazionefeltrinelli.it/app/uploads/2020/04/manifesto.pdf

[11] M. Meschiari, op. cit.


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