Prosa Racconti

Omaggio a Fitzgerald


Per gli altri articoli di Niccolò

All’angolo tra la quarantaquattresima e la quarantacinquesima strada, intorno alle dieci del mattino, davanti all’imponente edificio di vetrate semi luccicanti dell’Hotel Emperior, le cui cinque stelle poste in vetta emanavano bagliori intesi, si fermò il taxi della coppia Turner, fresca di nozze. Dall’abitacolo scese per prima lei, Nancy, smagliante nel suo splendore dorato e cinica nella sua indifferenza. Senza prestare alcuna attenzione al marito, ignorò il saluto cordiale dell’autista e si diresse velocemente verso la hall dell’albergo, mentre il vestito bigio che scendeva giù fino alle esili ginocchia compieva delle leggere grinze a causa della brezza mattutina, fenomeno decisamente gradito in quelle afose giornate d’agosto. Il marito, Alexander, la raggiunse alcuni minuti dopo, trafelato e in cerca del necessario contegno, quando lei stava già convenendo con il concierge che le valige dovevano essere subito portate nella suite, senza troppi convenevoli. Dopotutto l’Emperior vantava una invidiabile esperienza con giovani e ricche ereditiere che, in preda ai loro spasmi di eccentricità, sbatacchiavano i mariti, più o meno novelli, da una parte all’altra del paese, agognando più di ogni altra cosa i fasti e la notorietà della vita mondana, di cui New York era naturalmente il fulcro. La camera dove vennero prontamente condotti era quantomai lussuosa e barocca. La sala tondeggiante era circondata da pareti chiare e zigrinate, capaci di assorbire la calda luce proveniente dalle grandi finestre posizionate agli estremi della stanza. Il lucido parquet era ricoperto da vivaci tappeti orientali e sui tavolini in legno d’ebano erano adagiati candelabri dorati e stuoie ricamate a mano. Nella camera matrimoniale trionfavano un letto a baldacchino settecentesco, coronato da tendaggi rosei e orlati, e uno specchio incastonato dentro una cornice argentea, appartenuto alla famiglia reale spagnola, così ampio da riflettere ogni oggetto contenuto nella stanza. Il giovane Alexander, cercando di sudare il meno possibile nel suo completo scuro, assunse l’espressione che molto probabilmente ebbero i primi ricercatori d’oro che si imbatterono nelle rovine di El Dorado e non poté fare a meno di chiedersi chi avrebbe finanziato un soggiorno di due settimane in quella maestosa reggia collocata al ventesimo piano del più costoso hotel di New York. Egli attraversava la tipica crisi che prima o poi qualunque scrittore, anche il più bravo, affronta e di certo le sue tasche non erano piene come lo erano state cinque anni prima, ma commetteva l’enorme errore di sottovalutare l’ingente patrimonio posseduto da Marvin Gastle, fondatore e unico proprietario dell’azienda immobiliare Gastle & co., oramai quotata in borsa, nonché padre di sua moglie, Nancy. Lei, così in tono con la tappezzeria e la carta da parati, sicura nei gesti, decisa nei modi, fece disfare i bagagli, si accoccolò sul divano dal tessuto pregiato e ordinò che fosse portata la colazione e una bottiglia di champagne, per festeggiare. Poi sorrise al marito, ancora intento a dare un’occhiata in giro, e il cameriere uscì, accompagnando delicatamente la porta.

– Oh caro, questa sarà la nostra seconda luna di miele! Saremo così felici qui!

La prima l’avevano passata a Parigi, bevendo Möet, mangiando ostriche seduti ai tavolini degli Champs Elysées e passeggiando lungo la Senna. 

– Ringrazia tanto tuo padre da parte mia per questo suo generoso regalo, io non avrò mai il denaro per permettermi cose del genere.

– Su Alexander, sempre attaccato alle formalità! Godiamoci questa vacanza e non ci pensare più!

La colazione in camera fu servita presto. L’argenteria e i bicchieri luccicavano a mo’ di prisma, così come la bottiglia di champagne ghiacciato: lo bevvero fino all’ultimo goccio e poi fecero l’amore sul non trascurabile letto a baldacchino. I primi giorni furono elettrizzanti. Nonostante il caldo soffocante, la città trasmetteva energia, vitalità e i due si sentivano parte integrante di un sogno molto costoso. Alexander sembrava aver sgomberato la testa da tutti i problemi, o almeno allontanato temporaneamente le incertezze e la malsana convinzione di essere un fallito mantenuto dalla facoltosa moglie. Era bello e appagante svegliarsi tardi, quando i raggi solari erano talmente forti ed estesi da oltrepassare i tendaggi e irradiare i volti dei due amanti ancora abbracciati sotto le coperte, fare colazione a Union Square leggendo il New York Times, passeggiare davanti alle vetrine infiocchettate dei negozi di Fifth Avenue o fermarsi a leggere la lista degli spettacoli in scena a Broadway. Ben presto però lo sfarzoso vortice di balli, feste, ricevimenti, cocktails, ambasciatori, ambasciatrici e «così lei è uno scrittore?», «il suo ultimo romanzo l’ho letteralmente divorato», «oh, ma è incantevole signora Turner!», «si faccia ammirare! Un vero splendore!» allontanò i due coniugi, infiacchendo la loro comprovata complicità. Nancy sembrava ardere, prendere vita, con la sua voce squillante e i suoi modi affettati attirava l’attenzione di molti, nonché pettegolezzi maligni e dicerie fastidiose, ma aveva iniziato a smarrire la brillantezza e la profondità di pensiero che l’avevano da sempre contraddistinta e per le quali il marito s’era innamorato di lei, sacrificando sull’altare sacro della mondanità ogni antico valore condiviso. D’altrocanto, Alexander pareva essere diventato il fantasma di se stesso, freneticamente sballottato com’era tra bell’imbusti impomatati, perfettamente aderenti ai loro smoking, e signore profumate e rumorose, con il viso ricoperto da spessi strati di cipria. Quello che lui pensava potesse essere un soggiorno rilassante e di cui i suoi nervi avrebbero beneficiato si andava a poco a poco trasformando in un incubo, e i litigi si facevano sempre più frequenti. Parole d’ingiuria reciproca e d’astio fuoriuscivano impetuose dalle loro bocche umide di alcool, dalle labbra rosso sbiadito di lei e da quelle screpolate di lui.   

– Non ti sapevo così frivola Nancy! Io ho sposato un’altra ragazza!                      

Dopo l’ennesima discussione, Alexander non riusciva a prendere sonno. I troppi pensieri immagazzinati in testa alla fine di una giornata futilmente caotica non glielo permettevano. Lei dormiva al suo fianco, ancora vestita e con le lacrime incastonate tra le palpebre, un vento leggero spirava oltrepassando le vetrate socchiuse della stanza. Egli allora, dopo aver fissato a lungo il soffitto come se da esso potesse trarre l’energia necessaria, si alzò con fatica e decise di andare a fare due passi al chiaro di luna. Le mura della stanza lo stavano soffocando. In punta di piedi scese dal letto, infilò i primi indumenti che trovò poggiati sul sofà e scivolando silenzioso sul parquet arrivò alla porta. Con la massima attenzione la aprì delicatamente, indugiò ancora un attimo e poi fu sul pianerottolo. Notò dal grande orologio circolare nell’ascensore che era da poco passata la mezzanotte. La hall era deserta, eccetto per due tipi, che curvi sui loro sgabelli, erano intenti a sorseggiare i loro martini appoggiati al bancone del bar. Alexander camminò a passo svelto e a testa bassa e di lui non si accorsero. New York di notte si accendeva in un modo speciale. I grattacieli si stagliavano nel cielo cupo e apparivano interminabili, lunghi artigli nelle tenebre. Egli rimase per alcuni minuti inerme, immobile al centro del marciapiede, lasciando che le luci verticali, le macchine sfreccianti, la voce dei passanti lo attraversassero. Si lasciò svuotare e poi riempire nuovamente. Il mondo era lì, doveva solo trovare la chiave giusta per viverlo, per scriverlo. Affrontava le strade e i vicoli di Manhattan come Teseo aveva fatto con il labirinto alla ricerca del minotauro. Abbandonò presto i quartieri centrali, i più affollati, ricchi di sguardi e di parole confuse. Perse la cognizione del tempo, che ora scivolava privo di ogni importanza sul suo corpo in movimento. Camminava, semplicemente, un passo dopo l’altro, soffermandosi con aria di meravigliosa sorpresa su tutto quello che i suoi occhi incrociavano. La vita non era altro che quello, andare avanti, alzare lo sguardo e ammirare il panorama circostante, perché renderla per forza così maledettamente complicata? Lungo il fiume il rumore notturno della città andava scemando. Le luci artificiali si attenuavano, soffici bagliori galleggiavano sulla superficie della scura acqua, dando vita ad una tavolozza di sfocati acquerelli. Alexander passeggiava totalmente assorto, rapito da quello spettacolo unico. Un’aurora boreale dentro l’Hudson. Questo era ciò che si aspettava giungendo lì, al centro del mondo, spettacoli incredibili come quello, frammenti di bellezza ancora intatta, lontano dagli strass, dai borbottii e dai mocassini laccati. Il fiume dondolava quasi come se volesse cullare gli occhi di chi vi posava lo sguardo stanco e c’era proprio un uomo in piedi su quella banchina in cemento, che fissava il manto acquoso, le braccia conserte e il viso severo. Se ne stava immobile, impassibile nel suo frac nero lucido, con un piccolo e luccicante orologio che pendeva dal taschino. Alexander, perplesso e incuriosito, si avvicinò furtivamente e, nel tentativo di  attirare la sua attenzione, attaccò bottone: – Serata magnifica per una passeggiata, non trova?  

Solo allora il signore sembrò accorgersi di lui e voltandosi rispose: – Ah, sei arrivato finalmente, ti aspettavo già da un paio di notti.

Il viso di Alexander si corrugò, le sopracciglia arcuate. Non l’aveva mai visto prima in vita sua, eppure aveva qualcosa di familiare. Un tipico uomo cinquantenne, con i capelli leggermente brizzolati e qualche sfumatura bianca ai lati, baffi prepotenti e pizzetto solo accennato. Gli occhi erano grandi, vivaci e di un verde intenso, ricordavano proprio quelli del giovane scrittore. La statura era pressocché identica.                         

– Sai, sono proprio le brevi incursioni notturne che mi permettono ancora di vivere e respirare. Per il resto questa città mi ha fiaccato, ha risucchiato via via ogni mia passione, aspirazione, desiderio. Ho gettato al vento ciò che sarei potuto diventare, ciò che stavo diventando, per un ideale sbagliato, falso, rivestito d’oro, ma vuoto come le tante parole che ascolto ogni giorno.      

Parlava con lo sguardo basso, il tono di voce remissivo e sconsolato, lo sguardo teso, gli occhi scattanti.                      

– L’errore più grande, il peccato che mai potrà essere espiato, anche nell’eternità infernale, è quello di passare tutta la nostra esistenza a vivere una vita che non sentiamo nostra, a barcamenarci tra ostacoli che non avremmo dovuto neanche trovarci davanti. Il tempo che ci viene concesso di passare su questo mondo è tutto ciò che possediamo e noi non facciamo che sprecarlo.

Alexander rimase ad ascoltarlo attento, senza aprir bocca. Tutto quello che quel signore, lì a due passi da lui, all’apparenza sconosciuto, diceva a poco a poco stava creando una breccia nel suo animo già fragile, ora al collasso. Tante, troppe cose in comune. Gli pareva di stare ascoltando la storia della sua vita fino a quel momento, raccontata anche meglio di come sarebbe riuscito a raccontarla lui. Fu come ricongiungersi a un fratello, ad un’ombra del proprio corpo.                                                               

– Tutto si svuota, ogni cosa perde il suo senso iniziale, il mondo non è più mondo. Il mio mondo non è più mondo, è scivolato via, in modo impercettibile sempre più dalle mie mani, mentre io giravo sulla giostra sbagliata. Non deludermi Alexander. Non deluderti.

Quando Alexander rientrò nella suite, qualche ora dopo, Nancy stava ancora dormendo, rannicchiata nell’angolo destro del letto, nonostante i primi raggi di sole facessero capolino oltre i tendaggi spessi. Egli si spogliò con molta attenzione e scivolò rapido sotto le lenzuola. La abbracciò lentamente e si addormentò. Sognò New York e panini caldi.

                                                                      


Immagine: OpenClipart-Vectors from Pixabay