Critica Filosofia

Risolversi / Breve riflessione sulla morte


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“Il sommo bene della mente è la conoscenza di Dio, e la più alta virtù della mente è conoscere Dio.” (Baruch Spinoza)

Risolversi. Di questo, alla fine, si tratta: risolvere il senso della propria esistenza. Per far ciò, bisogna decidere di darle un senso attivamente. Nessuno, se non per uno scherzo della sorte, può anche solo sperare di avere un significato lì, pronto ad accoglierlo alle porte dell’aldilà. Una vita non risolta può essere, ad esempio, una vita stroncata nel pieno della propria attività, mentre persegue la propria virtù [1] e dunque la propria felicità [2], il bene [3] per sé stesso e per gli altri [4]. Ma, per tutt’altro verso, può esser tale anche una vita devota alle passioni, al solo ed unico, animalesco piacere dei sensi, al volersi appropriare di tutto pur di appagare una finta sete di divertimento (illusoria proprio poiché il suo unico scopo è quello di distrarci [5], di distoglierci dall’affrontare la nostra specifica verità, il nostro sommo bene); oppure una vita che non mira a uno scopo preciso, in balìa dei vizi e della voluttà; che rischia di voler mettere fine a se stessa [6] poiché, dopo aver già ucciso il senso, non ne trova più da nessuna parte; una vita che non lascia alcun segno, liquida, come affidata alla parola non scritta, che vola via e di cui – alla fine – nulla rimane. Una vita, insomma, che attua il suicidio del senso, ma che si crede infinita. Una fine, per quanto triste possa essere ammettere questo pensiero, ce la avrà anche la mia vita, come quella di tutti quanti i mortali.

Risolversi. Di questo si tratta: risolvere il senso della propria esistenza. Per far ciò, bisogna decidere di darle un senso attivamente. Nessuno, se non per uno scherzo della sorte, può anche solo sperare di avere un significato lì, pronto ad accoglierlo alle porte dell’aldilà

La società moderna [7] occidentale crede di poter nascondere, oltre al proprio nichilismo di fondo, questo fatto, ovvero che tutti, un giorno o l’altro, moriremo. Questa “età della borghesia” contemporanea ignora e nasconde i luoghi di morte. Un grande filosofo ricordava, appena un secolo fa, come i moribondi siano esiliati in case di cura o in ospedali, come oggi nessuno muoia più in casa e che, se raffrontiamo le immagini medievali, in cui la morte rappresentava un momento esemplare per la vita di tutti quanti i membri della comunità, – raffigurati insieme, raccolti al capezzale di un letto che sembra quasi un trono, – al fatto che oggi quasi nessuno assista più alla morte di una persona o che non la veda mai priva di vita, – se non su uno schermo – possiamo trarre la conclusione che la morte ha perso peso nella nostra epoca [8]. Vediamo meno persone in fin di vita, lasciate alle cure dei familiari più stretti, non diamo più il giusto peso alle ultime parole di un uomo, in cui si condensa la saggezza di una vita e perciò siamo meno toccati dall’esperienza più profonda di quella persona, dimenticandoci, a volte, che la morte fa parte della vita stessa. E questo accade con due conseguenze. La prima è che non possiamo più accogliere né la saggezza (espressa e condensata nelle ultime parole di un moribondo sotto forma di consiglio, nascosto in un racconto, in un proverbio o in bella vista in un suggerimento di ordine pratico) né tantomeno con il significato di una vita, nel momento in cui finisce. Sempre lo stesso filosofo [9] ha detto (correggendo una frase di Moritz Heimann) che una persona che muore a trentacinque anni resterà sempre al ricordo interno come una persona che è morta a trentacinque anni. Ma questa vita interiore costituisce esattamente l’essenza del personaggio di romanzo [10]. Dunque, in breve, se, da un lato, assistiamo alla perdita della saggezza, della comunicabilità del consiglio che si deposita in una storia, dall’altro avvertiamo anche la perdita di significato. Non solo abbiamo perso la capacità di raccontare storie, ma anche quella di dare un significato alla nostra. Non dico niente di nuovo se affermo che ci affidiamo ai romanzi per leggere il senso della vita, ovvero per sopperire alla mancanza di significato che avvertiamo nella nostra.

La società moderna occidentale crede di poter nascondere, oltre al proprio nichilismo di fondo, questo fatto, ovvero che tutti, un giorno o l’altro, moriremo. Questa “età della borghesia” contemporanea ignora e nasconde i luoghi di morte

La seconda conseguenza del dimenticare l’importanza del concetto della morte è quella di concepire la vita come infinita, senza un limite, come quella di un Dio ubiquitario, che ha potere su tutto e su tutti, al di sopra del bene e del male, col pericolo di comportarsi di conseguenza, come se il soggetto fosse l’unica essenza a cui tutto è dovuto, mentre l’oggetto (chiunque e qualunque cosa diversa da noi stessi) potesse essere modellato a piacere, schiacciato, ignorato, vessato, fatto a pezzi, scoraggiato e punito, come accade, purtroppo, alle minoranze. Sempre la nostra società post-moderna, ancora prepotentemente occidocentrica e patriarcale, infatti, fa ancora fatica ad accettare di non intromettersi vessatoriamente sulla condizione delle donne, dei neri, dei disabili, degli immigrati e delle etnie, nazionalità e popolazioni diverse, considerate “altre”. Non ci si rende conto che c’è, invece, un limite a ciò che un’esistenza può permettersi di manipolare senza rispetto e senza scatenare profonde conseguenze, ovvero l’esistenza degli altri soggetti [11], compresa, a mio avviso, quella della natura. L’infinito è unico e non contempla altri infiniti. Il finito è uno solo degli infiniti pezzi che compone l’intero universo, insieme agli altri enti la cui durata è limitata, cioè dotata di un confine preciso che ci sorprende, però, in un punto tremendamente indefinito: la morte. Quando l’io muore ritorna al nulla e – in quel medesimo istante – si ricongiunge al tutto.

Sempre la nostra società post-moderna, ancora prepotentemente occidocentrica e patriarcale, infatti, fa ancora fatica ad accettare di non intromettersi sulla condizione delle donne, dei neri, dei disabili, dei poveri del proprio paese e del mondo, degli immigrati e delle etnie, nazionalità e popolazioni diverse, considerate “altre”

Perché “risolversi” significa proprio questo: trovare un senso alla propria vita guardandola in prospettiva, nel suo complesso, tramite le relazioni che essa ha avuto con altri soggetti finiti, come se insieme formassimo i numeri di un’equazione estremamente complicata,  quell’armonia dell’universo in cui noi viventi siamo le variabili da calcolare.

Dedicato alla memoria di Niccolò Bizzarri (10 giugno 1998 – 13 gennaio 2020), un vero esempio di positività e virtù per tutti noi.


[1] B. Spinoza, Etica, Parte Terza, proposizione VII (sul conatus), proposizione IX con il suo scolio e scolio della proposizione XI (su cos’è la gioia); Parte Quarta, definizione VIII e corollario della proposizione XXII; Parte Quinta, soprattutto lo scolio della proposizione IV e la proposizione XLII con il suo scolio.

[2] Aristotele, Etica nicomachea, X, 6 e 7.

[3] B. Spinoza, Etica, Parte Quarta, definizione I (il bene è ciò che sappiamo esserci utile) e proposizioni VIII, XX.

[4] Ivi, Parte Quarta, proposizione XXXV, con corollario I, corollario II e scolio e soprattutto proposizione XXXVI («Il sommo bene di coloro che seguono la virtù è comune a tutti, e tutti possono ugualmente goderne»).

[5] B. Pascal, Pensieri, 168; 171.

[6] Il suicidio e la vita passiva, schiava delle cause che la determinano dall’esterno, priva di gioie che provengano, invece, dall’azione libera, dall’esercizio delle proprie virtù, sono strettamente legati; cfr. ivi, Parte terza (per intero), soprattutto le tre definizioni, le proposizioni VII, X, XI (col suo scolio) e XV, lo scolio delle proposizioni IX e XVIII (sulle oscillazioni dell’animo); Parte Quarta (per intero), soprattutto definizioni II e V, proposizioni II, III, V, VI, VII …, corollario della proposizione IV e scolio delle proposizioni I e XX (sul suicidio).

[7] La società tipica del die Moderne, della modernità dell’epoca del modernismo, per come ce la dipingono Th. W. Adorno e W. Benjamin, è quella legata alla cultura di massa così come sorge intorno alla vita delle metropoli (delle quali, oggi, tengono il testimone le “metropoli virtuali” della rete, come i social media e le community dei blog e dei forum).

[8] W. Benjamin, Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nicolaj Leskov.

[9] Ivi.

[10] Ivi.

[11] Un concetto di libertà così espresso, come dal John S. Mill di On Liberty, («The only freedom which deserves the name, is that of pursuing our own good in our own way, so long as we do not attempt to deprive others of theirs, or impede their efforts to obtain it», p. 18) viene non a caso ripreso da Martin Luther King Jr., alfiere e guida spirituale delle minoranze oppresse degli afro-americani, nella formula secondo cui «la mia libertà finisce dove inizia la vostra» e che viene a lui comunemente attribuita. Tentativo di denuncia della “tirannia della maggioranza” che prosegue con l’opera di un’altra esponente dei gruppi minoritari quale H. Arendt, ebrea e donna, fermamente convinta che la libertà della società non debba influire esageratamente su quella degli individui, i quali posseggono ognuno le proprie necessità, le quali possono non combaciare con quelle della maggioranza, ma che vanno – nondimeno – prese in considerazione, in quanto non farlo implicherebbe discriminazione e porterebbe inevitabilmente all’odio (inteso spinozianamente come «tristezza accompagnata all’idea di una causa esterna» e dunque deprecabile in ogni sua forma, poiché perseguirlo porterebbe – da un lato – solo ad altra tristezza e mai – dall’altro -, dato il legame con la causa esterna, ad una gioia stabile, proveniente dalla propria interiorità; cfr. Etica, Parte Terza, Definizioni dei moti dell’animo, VII).


Pierfrancesco Quarta è nato il 22 Dicembre del 1995 a Fiesole, paesino di origini etrusche in provincia di Firenze, città in cui cresce e conclude gli studi classici. Dopo aver conseguito la laurea triennale in Studi letterari e filosofici all’Università di Siena con una tesi sulla concezione esperienziale del romanzo nel pensiero di Walter Benjamin, torna nuovamente a Firenze, dove è attualmente iscritto al corso di laurea magistrale in Scienze filosofiche. Appassionato di filosofia, letteratura, cinema e soprattutto di musica, ha alle spalle un passato da batterista in una band emergente fiorentina.


Immagine: The Death of Socrates, 1787 / Jacques Louis David (The MET Collection OA)