Letteratura

Letture di redazione

Cosa abbiamo letto a Febbraio in redazione


In tutto c’è stata bellezza
Manuel Vilas
Guanda, 2019
trad. di Bruno Arpaia

Manuel Vilas attraverso un romanzo crudo, poetico ed estremamente coraggioso, dal titolo In tutto c’è stata bellezza, si mette a nudo e scrive di sé e della propria famiglia senza finzione né filtri ma analizzando in maniera disincanta e diretta le proprie fragilità. Questo libro, dove il particolare riesce magistralmente a elevarsi a universale, è una sorta di nostalgico album di fotografie in cui la storia spagnola degli ultimi decenni si intreccia a quella familiare dell’autore. In tal modo i frammenti della memoria si fondono coi legami reali creando un mondo di fantasmi fatto di assenze costantemente presenti. La trama – che è una smisurata confessione delle insicurezze umane disarticolate in attimi e ricordi, esistenze e mancanze – scorre veloce e chiara attraverso una narrazione disorientata e frenetica, piena di domande irrisolvibili e senza futuro. Una scrittura audace in un mondo editoriale spesso stagnante. Un romanzo non-fiction che in Spagna è stato un vero e proprio caso letterario – El Mundo e El Paìs lo hanno eletto il miglior libro spagnolo del 2018 – e che in punta di piedi si impone come un manifesto della vita stessa.


Giulio fa cose
Paola Deffendi, Claudio Regeni, con Alessandra Ballerini
Feltrinelli, 2020

Giulio fa cose è un libro difficile da catalogare, non solo perché è allo stesso tempo documento prezioso che descrive minuziosamente le vicende giudiziarie e non del caso Regeni, atto di denuncia e racconto di memorie, riflessioni, proposte, ma soprattutto perché supera ed eccede empaticamente – non potrebbe essere altrimenti – quella barriera e quel distacco critico che spesso viene a crearsi tra testo e lettore. Il risultato che viene fuori è un’opera particolare, urgente e necessaria, capace di toccare il cuore e la mente e che ci spinge, attraverso le sue pagine intense, a non dimenticare, a battagliare, a non arrenderci mai di fronte alle ingiustizie, ai torti e ai soprusi che la vita ci pone ogni giorno davanti.


Manhattan Transfer
John Dos Passos
Dalai editore, 2012
a cura di Stefano Travaglia

Capolavoro del modernismo americano troppo a lungo dimenticato, Manhattan Transfer (pubblicato nel 1925) propone all’interno di una struttura narrativa sperimentale consapevole e matura, che eredita una decisiva lezione dalle avanguardie europee come l’espressionismo, il futurismo e anche dal movimento imagista di Pound, la raffigurazione più esatta, urgente, romanzescamente efficace della New York dei primi vent’anni del XX secolo, metropoli destinata a crescere frettolosamente e senza controllo, caratterizzata da un traffico rumoroso e onnipotente, da ritmi di vita esacerbati, dall’alcool e dalla confusione, dalla disperazione di chi tenta ma non riesce o da chi ce l’ha fatta ma non ne può più. La scrittura visionaria, potente e multiprospettica di Dos Passos restituisce con sapiente costruzione il pathos, l’alienazione, la frustrazione e il dolore di coloro che vivono la città amandola ed odiandola allo stesso tempo e allo stesso modo, soccombendo infine ad essa, rimanendo travolti e schiacciati, incapaci di scappare o di aprirsi un varco fra la folla.


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