Prosa Racconti

La signorina Bronsa


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[BRONSA CUÈRTA: brace coperta (espressione dialettale veneta). Metafora che designa una persona dal carattere apparentemente tranquillo, inoffensivo, innocuo, ma che nasconde un lato del carattere inaspettato, solitamente minatorio, che può sfociare in improvvisi sfoghi di rabbia. Proprio come un tizzone ardente che, coperto da uno strato di scura cenere, è sempre pronto a riaccendere la fiamma o a bruciare la mano dell’avventato.]

La figura più simpatica del cimitero di Père-Lachaise di Parigi è una gattina di un grigio denso e disomogeneo, che si sbianca graziosamente in alcuni punti per poi tornare color certosino. Ha il pelo liscio, un po’ arruffato sulla coda – il che le dà un carattere vagamente selvaggio – e leggermente più folto attorno ai baffi, il che le conferisce un sorriso paffutello e bonario. Si aggira nella zona nord-nord-ovest del cimitero, nei pressi delle divisioni 82°, 84°, 85°, 86°, 88°. Mangia l’erba del prato vicino alle tombe e beve dalle pozzanghere dell’Avenue Circulaire e dell’Avenue des Combattants Étrangers Morts pour la France.

La conobbi circa un mese fa quando andai al cimitero per cercare e fotografare la tomba di Serge Peretti, sul quale dovevo scrivere un articolo. Stavo passeggiando per l’Avenue Transversale n° 3 quando la vidi strusciare le guance sugli spigoli delle lapidi. Avvicinandomi, sentii che faceva le fusa. Quando mi notò, iniziò a miagolare con tanta tenerezza che le sirene di Ulisse, al confronto, sembravano delle vecchie cornacchie. Così, senza troppe remore, mi avvicinai e presi ad accarezzarla come fosse stata la mia amante (vista anche la carenza di affetto umano di cui soffro da qualche tempo). Lei continuò a ronfare e strofinarmisi addosso. «Ti porterei a casa con me, ti voglio coccolare notte e giorno! Vuoi diventare la mia gattina? Vuoi essere tutta mia?» le sussurravo, già accaldato da tanta passione. Quand’ecco che, con uno scatto rapidissimo, quella girò la testa e mi impiantò brutalmente le fauci tra pollice e indice: mi aveva morso, la stronza! Mi pulii la mano con il fazzoletto di stoffa che porto sempre in tasca e maledissi tutti i morti che mi circondavano –  Mannaggia a voi! – perché con qualcuno dovevo pur prendermela.

Nel frattempo la bestiola grigia si era allontanata di qualche metro e beveva da una grande pozzanghera. Le scattai una foto con il cellulare. Dopotutto, rimaneva docile nell’aspetto ed io non avevo perso l’interesse nei suoi confronti. Anzi, si può dire che ne fossi ancora più attratto: per qualche strano motivo, il pericolo e il rischio mi seducono sempre più della mitezza e della mansuetudine. Quindi le andai incontro ancora. Mi misi di fronte a lei, dal lato opposto del piccolo bacino d’acqua piovana, guardandola interrogativo. Quella di tanto in tanto alzava lo sguardo e socchiudeva lentamente gli occhietti azzurri, mi fissava per qualche istante come per chiedermi di perdonarla, poi riabbassava il capo e riprendeva a bere. Fece così per tre o quattro volte, finché non mi feci prendere dalla tenerezza. «Magari l’ho solo accarezzata in un modo che non le garbava. Forse è vero che noi italiani ci mettiamo troppa passione, troppo trasporto…». Più ci riflettevo, più mi dicevo che doveva essere colpa mia; inoltre la micia continuava a rivolgermi sguardi maliziosi sopra quelle guanciotte paffutelle. Così feci il giro del piccolo laghetto e, adagio adagio, mi riavvicinai. La gattina aveva di colpo perso ogni interesse per me e ora continuava a bere con snobismo. Mi pareva di sentire un ronzìo ma non capivo se venisse dalla sua gola o dalle auto alla rotonda di Gambetta, sempre molto trafficata. Finalmente mi decisi ad allungare il braccio ma quella, ancor prima del tocco, ripartì all’attacco: dapprima tentò di infierire con un secondo morso che riuscii a schivare per miracolo, poi con un graffio ancor più inaspettato che mi ferì nuovamente la mano. Scattai in avanti, urlando e insultandola, cominciai a rincorrerla per vendicarmi ma la gatta scappò via, nascondendosi dietro una tomba, a debita distanza. Mi fasciai la mano con il fazzoletto già sporco. Intorno a me la gente ridacchiava, alcuni turisti mi indicavano con il dito e si scambiavano allegri qualche gomitata. La bestiaccia era ancora lì, a una decina di metri, e si lisciava il pelo tra i crisantemi e gli epitaffi. Oramai la detestavo. Aveva gli occhi semiaperti, avresti detto i più innocenti del mondo. Sentivo indistintamente un vibrare di fusa. Rincarai la dose d’odio nel mio sguardo ma in risposta mi arrivò un languido, strafottentissimo: «MIAO».

Ieri mattina la ritrovai alla sbarra di Porte Gambetta, all’ingresso settentrionale del cimitero. Mi guardò, ma non so se mi riconobbe. Ad ogni modo, prese a farmi tutte le sue manfrine, come al solito. Mi avvicinai con cautela e lei, come da copione, mi lasciò fare per un paio di minuti finché…ZAC! Mi sganciò un morso sulla mano destra. Stavolta però mi ero preparato e grazie ai guanti di pelle non sentii alcun dolore e non subii alcun danno. Anzi, contraccambiai l’offesa con la sinistra, stampandole un bello sculaccione in prossimità della coda: «Beccati questo, infame!» le gridai. Non era mia intenzione farle male: volevo solo farle capire con chi aveva a che fare. Se non potevo avere il suo amore, che mi prendessi almeno una giusta rivincita, salvando l’orgoglio. Ma la gatta, da vera parigina, mi squadrò dall’alto al basso, con superiore indifferenza, come a dire: «Tutto qui?». Mi rivolse il sedere, raddrizzò la coda e si allontanò, passeggiando lenta e maestosa come un’attrice sul tappeto di velluto rosso. Io mi appoggiai ad una tomba, mi rollai una sigaretta e seguii le sue mosse con lo sguardo. Poco dopo arrivò un gruppo di turisti asiatici: una bimba si staccò dalla comitiva e andò ad accarezzare il felino. La scena si ripeté uguale: l’animale concesse qualche tenerezza, poi, impietosa, conficcò i canini nella pelle olivastra. La poverina corse via piangendo ed io mi godetti la scena come se fossi stato al cinema. Che risate! Dopo tutte le leggende che corrono sui gusti culinari dei cinesi, è buffo vederne uno mangiato da una gatta.

Neanche il tempo di finire di ridere, che subito tre vecchiette la notarono. Una di esse, ammaliata dallo sguardo azzurro e dalle fusa, si avvicinò per accarezzarla. «Fais gaffe Élodie, elle va te mordre!» [1] la mise in guardia una delle altre due signore. Mi avvicinai a quest’ultima e le chiesi (in francese): «Scusi signora, la micia è sua?». «No, ma la vedo sempre quando vengo qui. Sa, mio marito è seppellito poco più in là, vicino alla tomba di Gobetti, ed io lo vengo a trovare una volta alla settimana. La conosco bene, questa bestiaccia. Fa così con tutti: si lascia lisciare un po’ il pelo e poi attacca, morde e graffia». Malgrado l’avvertimento, mentre parlavamo la signora Élodie si era avvicinata e anche lei cadde nel tranello: cercò di reagire con un calcio che ovviamente andò a vuoto, e rischiò di cadere all’indietro. La scena mi fece ancor più ridere: è risaputo che il cimitero è la casa dei morti, ma morire al cimitero dev’essere alquanto singolare. Il tragico paradosso fortunatamente non si produsse, eppure la scena mi mise di buon umore e me ne andai che ancora sorridevo.

Che buffo esemplare, la gatta del Père-Lachaise. Ora che la conosco, credo che tornerò spesso al cimitero nei momenti di tristezza, tirandomi su il morale nel vedere gli spasimanti diventare in poco tempo sue prede, vittime. Da oggi la chiamerò: Bronsa. Il nome non è granché, ma le si addice. Sembra tanto innocua, ma sotto sotto…


[1] «Occhio che ti morde, Élodie!»


Francesco Magon nasce nel 1995 a Treviso. A 20 anni lascia Mogliano Veneto e si trasferisce a Bologna e poi (2017) a Parigi. Nel 2019 fonda Letteraturite, rubrica radiofonica per Aligre FM (93.10) dove lavora come presentatore e tecnico del suono. Lo stesso anno è redattore presso il giornale giuridico “Leaders League” e, nel 2020, partecipa al progetto editoriale «L’Italia del Père-Lachaise» (Skira editore). Quando non perde il suo tempo tra giri in bici, cinema, bar, librerie, parchi e campi da calcio, frequenta i corsi in Teorie della letteratura della Sorbonne, dov’è iscritto. Nessuna allergia da segnalare, tranne un’intolleranza a certi –ismi (tra i peggiori ricordiamo: perbenismo, servilismo, razzismo, populismo, estremismo, estetismo etc.), ai luoghi comuni e alle banalità.


Photos by Francesco Magon