Prosa Racconti

Raccontino di Natale


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È tutto troppo semplice. Troppo semplice, stretto, stringato, poco numeroso. Due forchette anziché sei, due piatti, una bottiglia al posto di tre, e il tavolino basso tondo simile a quelli che tappezzano i marciapiedi di Parigi, senza centrino né vaso né pigna pitturata o candela o candelabro. La nostra cena non era ancora un rito, non era caratterizzata da alcun cerimoniale proprio della ritualizzazione sacrale e abitudinaria. Era tutto troppo silenzioso, agile, coordinato. Io e lei in cucina danziamo in sinergia tra vassoi e bicchieri, poche défaillance, rari scontri dialettici, tensione costantemente bassa o normalizzata. Lei è abituata ai tavolini, io no. Era tornata il giorno prima da Stoccolma, sono andato a prenderla con il bus all’aeroporto, poi siamo rientrati con il taxi. L’anno precedente tornava da San Francisco, ma non sono riuscito ad andarle incontro perché ero a letto febbricitante. Lei andava, io restavo, oramai da anni. Natale è una boa, noi ci giriamo intorno, aggrappati ai residui del nostro stare insieme. Io le faccio sempre trovare disponibile tutto il whisky necessario per preparare un buon boulevardier, rigorosamente senza angostura, lo shaker lavato ed asciutto. Il tavolo apparecchiato è la boa nella boa, il fulcro calamitico, vi ruotiamo intorno camminando in cerchio, senza raggiungerci mai, lei ha sempre un fazzoletto in più di me. I fazzoletti sono due, quindi non ne ho neanche uno in mano. Lei li appoggia e io ci poggio sopra la forchetta ed il coltello. Dai suoi viaggi riporta sempre una palla di Natale strana e colorata da appendere al piccolo abete decorato nel salotto, anche quando parte in piena estate, non mi ha mai spiegato dove le compra. Dopo aver cenato decidiamo con calma su quale ramo posizionarla, bisogna prestare attenzione ad equilibrare bene i volumi e le proporzioni. I piatti sporchi rimangono sul tavolo sino alla mattina dopo. Chi vedremo domani? Lei sarà stanca e vorrà rimanere a letto fino a tardi. Non le piace giocare a carte con i parenti o a tombola, non le piacciono le grandi tavolate preparate senza gusto, dover prendere il treno nuovamente per attraversare mezzo paese e poi dormire su lenzuola non nostre in giacigli improvvisati. Magari a Capodanno saprò convincerla, ne avrò voglia. Lei non è abituata ai rumori, agli schiamazzi, ai dolci fritti, alle monete scambiate, alle battute scontate e banali. Io ho perso ogni briciolo di ispirazione, vorrei solamente ascoltare i miei fratelli commentare l’ultima partita di calcio sdraiati scompostamente sul divano. Natale era la nostra boa, sommavamo le nostre confusioni crescenti ai regali e ai pochi soldi per farli, ne venivano fuori dialoghi surreali ed incompleti perché ognuno di noi si rivolgeva all’interlocutore sbagliato e nessuno capiva mai fino in fondo il senso del discorso, dei discorsi. La mattina seguente mi sono svegliato presto, ho sistemato la cucina e mi sono diretto in stazione. Le ho lasciato un biglietto sotto la caraffa dell’acqua con scritto “raggiungimi, ti prego”. Ho perso ogni briciolo di ispirazione e a Natale non voglio soccombere alla malinconia dell’aver già tutto fatto, già tutto visto, già tutto scritto, almeno non quest’anno. È stato sempre troppo facile, la complessità si è palesata dopo, in un ufficio vuoto di sabato sera, in una sala d’aspetto d’ospedale di domenica mattina, in una suite d’hotel sfatta con due bottiglie di vodka vuote sparse sul tappeto e gocce d’alcool sulle lenzuola. La complessità è arrivata dentro un cinema martedì pomeriggio con gli occhi grondanti lacrime, in un negozio di vestiti squallido dentro la stazione deserta. A Natale non posso permettermi la complessità di un pensiero che decostruisce e razionalizza ogni causa, ogni aspetto, ogni dettaglio. Così come io andavo via dalla famiglia, lei ora va via da me, e nell’alba, davanti ad una tazza di cereali, perché non riesco a riprendere sonno, o ad un finestrino d’aeroplano rosseggiante trattengo il pianto e mi convinco che sia giusto così, che sia sempre stato giusto così e che la nostalgia sia irrinunciabile. Stare dentro e fuori, dentro e fuori contemporaneamente, anelando con costanza alla bellezza del ritrovo, dell’incontro atteso, alla parola imbarazzata, allo sguardo calante e lucido, ai racconti frenetici e sconclusionati, alle cartoline, alle telefonate silenziose. Mentre ero seduto nel mio scompartimento ho notato il controllore parlare con un ragazzo dai capelli corti, non ho potuto frenare gli occhi. Lei era molto giovane, i capelli raccolti, la divisa nera le cascava larga sulle spalle e il borsellino scendeva giù sino a sfiorarle il ginocchio. Credo che lui non avesse avuto il tempo di timbrare il biglietto, cercava forse il suo perdono, ma non ne ho certezza, Monk suonava il piano in cuffia. Lei sembrava così felice, sorrideva apertamente e allargava la bocca divertita. Lui si avvicinava lento, dondolante, il volto un poco abbassato, ugualmente sorridente, ma con più pudore. Parlavano docili, quasi imbarazzati, ininterrottamente. La giovane donna era talmente raggiante da sorridere persino con le dita delle mani, mai ferme, sempre in cerca di uno spazio su cui posarsi. Ho pensato che avrebbero potuto essere i protagonisti di uno dei miei racconti. Il tizio seduto accanto a me era vestito come un rocker anni ’70, la camicia sbottonata fino all’ombelico, mi osservava con sospetto, tentando di decifrare il momento, immaginando una canzone. Poco prima di arrivare ha cominciato a nevicare, luci verdeggianti ovunque, bagliori repentini.

– Figlio mio, che bella sorpresa. Sei arrivato giusto in tempo per il pranzo. Dov’è Agata?

– Ci raggiungerà stasera, forse.

– Su, vieni dentro, sono già tutti qui.

Sofà spostati, sedie aggiunte, tovaglie spaiate, il camino ardente, mi faccio leccare da Timothy. Osservazioni sentite già infinite volte, una più una meno, oggi mi piace stare al gioco, rimanere al passo. Siamo invecchiati così tanto e così in fretta, le foto incorniciate me lo suggeriscono. È facile scadere nel sentimentalismo spicciolo, eppure c’è dell’eroismo in questo, rimanere uguali a sé stessi, nonostante gli anni trascorsi, le rughe, le occasioni mancate, rimanere fedeli ai propri difetti, ai propri vizi e non farne un vanto, rimanerne totalmente all’oscuro. Mio cugino Carlo si sporge dalla finestra semiaperta con la sigaretta pendente dall’angolo della bocca per urlare: – È arrivata Agata! È arrivata Agata! Aprite il portone.

È arrivata dunque, non ho mai dubitato, mi piacerebbe che partisse Sinatra in sottofondo, bere un manhattan. Ho indossato immediatamente il cappotto e sono sceso per tenergli aperto il cancello, lei mi ha guardato senza parlare, si è avvicinata e mi ha passato il borsone. Prima di entrare in casa mi ha afferrato il braccio e mi ha detto: – Avevi dimenticato il pigiama e le tue poesie di Brodskij.

– Grazie, sono sempre troppo sbadato.

Le ho dato un bacio sulla guancia, rapido ma sincero. Appena varcata la soglia tutti la circondano, la stringono, l’abbracciano, la salutano con enfasi, la scortano in salotto.

– Sarai distrutta.

– Vieni a riscaldarti qui davanti al camino.

– Ti preparo subito qualcosa da mangiare.

– Com’è andato il viaggio in Svezia?

– Dormirete qui, sì?

– Sì, se per voi non è un problema.

– Ma certo che no, cara. Poi sistemiamo per bene il divano letto.

Lei dispensa sorrisi e regali. Ha sempre regali per tutti, non so dove se li procura, in quale fessura di tempo se ne appropria. Una sciarpa per mia madre, una bottiglia di rum per mio padre, un braccialetto per mia sorella. Timothy le salta addosso festosamente e nel trambusto di frasi esplose e frammentarie, sprovviste di un destinatario certo, la guardo e penso ad un pupazzo di neve fatto una mattina di più di venti anni prima nel giardino di casa, le scuole chiuse e le campane della chiesa in festa o in fiamme. Troppo semplice, troppo amore. Ho perso l’ispirazione ma non è più un problema. Lei continuerà a tornare, io continuerò a tornare.


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