Cinema

Women watch, discuss and do porn too! / Discussioni sul femminismo e il cinema pornografico [parte 2]


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3/ Femminismo e pornografia in Svezia: Sjöman, Engberg, Lust

Per quanto riguarda la pornografia, la Svezia è una realtà della quale tenere necessariamente conto. Innanzitutto, perché fu uno dei primi Stati europei a produrre un film pornografico di distribuzione di massa: come descritto in precedenza, il regista Vilgot Sjöman dirige nel 1967 I am Curious – Yellow, pensato assieme a I am Curious – Blue del 1968, pensati come unicum e poi scissi in un dittico i cui colori sono un richiamo e una dedica alla bandiera svedese. Il primo film, quando viene distribuito in America, suscita grande scandalo e viene sottoposto al controllo delle politiche di censura a causa della presenza di cosiddetta oscenità: il film contiene immagini di nudo frontale, femminile e maschile, di atti sessuali espliciti, di contenuti considerati pornografici. Questo solleva una questione sul concetto di oscenità: preso in considerazione da Marta Kuzma, il filosofo Herbert Marcuse, proprio nel 1969, in Essay on Liberation, scriveva che “Obscene is not the picture of a naked woman who exposes her pubic hair but that of a fully clad general who exposes his medals rewarded in a war of aggression [21]”, parole che hanno una forte connotazione se pensiamo che proprio in quegli anni, gli Stati Uniti d’America combattevano in Vietnam, la prima guerra portata sugli schermi televisivi americani, grazie ai mezzi di comunicazione di massa. I am Curious – Yellow è un ritratto “from a Marxist point of view, (of) a society where people are using their jobs and even their personal life, their bodies, in order to use each other, in order to get ahead in society [22]”. Dalle parole del regista possiamo intuire il valore politico della sua pellicola: lontana da ogni ambizione pornografica o oscena, l’obiettivo era quello di portare avanti una riflessione sulla società capitalista e sul modo in cui la coppia può forse cercare di sentirsi libera, ovvero tramite l’atto sessuale. Il caso di I am Curious – Yellow non può iscriversi nel genere della pornografia femminista, ma può esserne un prototipo ideale: dare valore politico ed estetico all’atto sessuale nella rappresentazione cinematografica genera una reazione critica nel pubblico, più o meno accogliente, ma comunque lo sveglia da quel sonno della ragione o, ancor peggio, dalla neo-assuefazione televisiva di quegli anni. In secondo luogo, a seguito del successo americano della Terza Ondata femminista, in Svezia negli anni Novanta viene pubblicata un’antologia di saggi, Fittstim, edita da Belinda Olsson, Linda Skugge e Brita Zilg, caratterizzata dalle tematiche portate avanti dalla nuova ondata femminista americana: l’intersezionalità, le differenze etniche, le politiche antirazziste e, nella seconda parte, il ruolo dello Stato nei progetti femministi. Il termine Fittstim, come sottolineato da Astrid Henry, era utilizzato in origine come:

a pejorative for the women’s wing of the Swedish Social Democratic Party, “fittstim” literally translates as a “school of cunts.” The term is doubly derogatory, since in addition to the epithet “fitt” (cunt), the word “stim” designates a “school of fish” and thereby evokes a common insult for female genitalia. [23]

Espropriato della valenza negativa, l’appropriazione di questo termine da parte delle editrici femministe ha fatto sì che questa pubblicazione, a differenza di quanto avveniva negli Stati Uniti, ottenesse subito un grande successo di pubblico, al punto di:

catapulting this new feminism—and its young feminist spokeswomen—into prominence and sparking a series of debates within the popular press about the role of feminism in the twenty-first century. [24]

La prima caratteristica evidente è l’uso della prima persona singolare per descrivere situazioni e contesti in cui le scrittrici femministe si sono ritrovate, ricalcando lo stile dei saggi americani a loro contemporanei, teso a una forma individuale di narrazione. Tale forma è utile a sottolineare la necessità di raccontare in prima persone le proprie biografie per determinare la propria visione di femminismo, ribadendo che non esiste una definizione univoca che possa definirlo. Questo femminismo si lega molto agli ideali del lipstick feminism e delle ondate più liberali del femminismo americano, interessandosi anche di sessualità. A proposito di sessualità e pornografia, la Svezia assume una posizione molto aperta anche nei confronti di quegli ideali liberali nati intorno al concetto di pornografia femminista. Nel marasma di ideali, a volte vicini e altre volte contrari alla pornografia, possiamo dire che con pornografia femminista intendiamo

un cinema fatto da donne in grado di determinare il proprio piacere, che hanno una voce e che esprimono desideri. È un porno che promuove la parità di genere e la cultura del consenso. Mostra uomini e donne come partner sessuali alla pari e non li dipinge come oggetti. Per quanto riguarda la scelta dei temi, si sceglie di lasciare da parte le simulazioni di coercizione, pederastia o fantasie di abuso. Non ci sono rappresentazioni di scene violente, di violenza sessuale o di stupro. La chiave è creare un prodotto differente e dare una forma ai molti modi di desiderare, di fare sesso. Si vogliono mettere in scena le differenze sessuali e le molte identità di genere. [25]

Come mai la Svezia è così importante nella definizione di un cinema pornografico femminista? In Svezia, nel settembre del 2009, si è svolta la proiezione al Bio Rio di Stoccolma di una serie di cortometraggi raccolti sotto il titolo di Dirty Diaries, 12 Shorts of Feminist Porn [26], diretti da dodici giovani donne filmmakers, la cui produzione è stata curata da Mia Engberg, una delle prime registe svedesi a realizzare non solo una rappresentazione di un cinema pornografico pensato per le donne, ma soprattutto un vero e proprio manifesto, riassumibile in: “Let’s come together and make creative porn on our own terms. Let’s empower ourselves and change the view of sexuality and gender. It’s a revolution and it starts NOW [27]”. Il (cinema) porno mainstream nasce su un forte principio di sottrazione nei confronti delle caratteristiche tipiche del cinema: pur trattandosi di un suo sottogenere, è anche vero che, già a partire dalla sua nomenclatura, la parola cinema tende a scomparire ogni volta che questo viene nominato. Il discorso si proietta anche sul profilo della tecnica cinematografica: se un qualsiasi film che sia non porno utilizza movimenti di macchina, dalle panoramiche ai dolly, adotta punti di vista particolari, fa uso di tecniche registiche e di ripresa precise, il (cinema) porno mainstream usa tendenzialmente inquadrature fisse, zoomate ottiche o stacchi sulla stessa inquadratura con l’obiettivo più vicino agli attori e alle attrici in scena, senza alcuna pretesa narrativa e/o estetica precisa, se non quella di mostrare l’atto dell’eiaculazione maschile. Quando parliamo di cinema porno mainstream facciamo così riferimento all’esistenza di aspecifiche e semplici modalità di ripresa, assenza di particolari scelte estetiche, registiche e narrative ma contemporaneamente, sottintendiamo l’esistenza di un vero e proprio cinema porno non mainstream, che lavora in modi opposti a quelli sopraelencati, tra cui il cinema pornografico femminista. Dalle parole di Mia Engberg possiamo aggiungere che il cinema pornografico femminista si allontana dalle esperienze del mainstream perché possiede un forte valore creativo e artistico. In che senso? Cerchiamo di offrire una risposta prendendo come punto di partenza la nozione di cinema secondo André Bazin: esso si tratta di “precipitato del reale” ma anche di un “simulacro del reale” o anche un “sostituto del mondo che si accorda ai nostri desideri”. L’atto creativo, inteso in questo caso come un sostituto del reale, potenzia, grazie all’estetica delle immagini cinematografiche, il significato di esperienze vissute nella realtà: nel caso della pornografia femminista, il lavoro delle registe non vuole solamente aggiungere valore estetico e narrativo all’atto copulativo e sessuale, ma anche, e soprattutto, un potere politico. Grazie un racconto dotato di senso, ovvero di una dimensione retta in piedi da una sceneggiatura, da una messa in scena, che dia valore estetico-politico all’atto sessuale, agito non unicamente per sollazzare il pubblico maschile e femminile, ma con l’intento di produrre in esso, un pensiero critico, un commento, una reazione non solo emotiva ma intellettiva, chiedendo loro una partecipazione attiva e libera. Aiutandoci con degli esempi, possiamo prendere in considerazione il cortometraggio firmato dalla stessa Mia Engberg, intitolato Come Together: la videocamera del telefonino – i corti sono stati tutti girati usando questo mezzo – inquadra volti di donne impegnate a masturbarsi per raggiungere l’orgasmo. Il contenuto dell’immagine è già esplicativo di alcuni punti del manifesto: le protagoniste sono unicamente donne, nessun’uomo è presente, il soggetto principale è il piacere femminile nella sua forma più autodeterminata, quella della masturbazione perché, come ammesso in un’intervista [28], la regista si è resa conto che pochi uomini avevano mai notato l’espressione femminile durante l’orgasmo. Differenziandosi dalla produzione mainstream, la registra inquadra delle donne senza trucco, all’interno di una dimensione intima in cui si sente libera di mostrarsi come desidera lei, non con quantità di trucco esagerate, come spesso viene rappresentata nei contesti hard core e mainstream. Una delle critiche che fu mosse alla regista, dal fare molto maschilista, fu che le donne riprese non erano truccate ma mostrate nella loro naturalezza quotidiana. Commenti del genere alimentarono ovviamente le motivazioni e l’utilità di questa nuova pornografia che si era preposta l’obiettivo di cambiare la cultura dello sguardo maschile e femminile sia nella messa in scena che nella ricezione da parte dei due pubblici. Anche il cortometraggio di Sara Kaaman e Ester Martin Bergsmark, Fruitcake, è anche emblematico per due motivazioni fondamentali: la prima è che possiede una forte carica creativa, simile a quella della videoarte e del video monocanale, che genera un’alternanza di immagini sessuali e immagini di frutta e cibo; la seconda è che mette alla prova il piacere dell’uomo e le sue pratiche sessuali, mostrando chiaramente donne impegnate a suscitare l’orgasmo prostatico maschile, ovvero tramite la stimolazione anale con dita o strap-on, atto che spesso poco convenzionale e socialmente taciuto, visto che è l’uomo ad essere penetrato e non la donna. Nella pornografia mainstream è una pratica che non viene mai presa in considerazione perché l’uomo eterosessuale, come sottolineato da Mario Mieli:

nella sua concezione maschilista, (realizza che) la femminilità non è che un feticcio, e pertanto lo eccita soltanto feticisticamente, e cioè in quanto oggetto, buco; d’altro lato ciò che immediatamente interessa non è il rapporto interpersonale, ma il rapportarsi narcisistico con sé solo, seppure in modo alienato, attraverso fantasie e gratificazioni falliche che stravolgono il piacere narcisistico stesso e necessitano del partner-oggetto come pretesto. [29]

Non solo questi due, ma tutti i cortometraggi mettono alla prova lo spettatore maschile, assurgendo anzi a veri e propri modelli di educazione sessuale, al punto tale da definire questi lavori come ‘pornografia sociale’: l’uomo, nutrito il desiderio che Laura Mulvey definisce “desiderio primordiale di guardare con piacere” o “scopofilia maschile”, potrebbe, anzi dovrebbe, trarne una forma di educazione al piacere femminile, all’uso consensuale del suo corpo, all’uso delle protezioni, all’accettazione e alla rivalutazione delle fantasie sessuali, liberandosi dallo stigma sociale della penetrazione anale, procurandosi un piacere nuovo ed eccitante. Discutendo di fantasie sessuali, possiamo prendere in considerazione due casistiche tra loro agli antipodi che riguardano sia l’immaginazione maschile che quella femminile: la prima riguarda le esperienze omosessuali, la seconda riguarda le esperienze del cross dressing, ovvero del travestitismo. In Svezia, prima degli anni Duemila, la rappresentazione e l’immaginario attorno alla figura della lesbica, spesso soggetto della fantasia sessuale maschile, erano molto discriminanti: in un saggio del 1993, intitolato A Sexualized Image of Lesbians in Sweden, a riguardo delle lesbiche scrive che

the portrayals in the Swedish media have mostly been negative and often degrading, and since there has never been a strong and large Lesbian feminist movement or organization in Sweden, this development is quite alarming. [30]

Le lesbiche, negli anni Novanta in Svezia erano infatti tacciate con il termine subbknulltur, un gioco di parole che richiama ai termini inglesi slut (tradotto in italiano come troia) e fuck (tradotto in italiano come scopare), obbligate nell’adattarsi a degli standard più eteronormativi, persino dalla comunità gay maschile, diventata più aperta dagli anni Duemila [31]. Anche nella pornografia, le donne lesbiche non hanno avuto vita facile: le attrici che interpretano le lesbiche sono tendenzialmente eterosessuali nella pornografia mainstream, ciò significa che le attrici lesbiche non godono degli stessi diritti delle attrici eterosessuali nella rappresentazione pornografica. La Svezia si dimostra attiva nei confronti dei diritti delle minoranze nella pornografia, sia grazie al collettivo che ha dato alla vita Dirty Diaries, ma soprattutto grazie all’operato di un’altra regista femminista, Erika Lust [32]. Quest’ultima ha infatti dato spazio a vere attrici lesbiche nei suoi film pornografici, dedicando loro un’intera selezione delle sue XConfessions [33] nell’aprile del 2017, intitolandola, Girl On Girl. The Lesbian Collection. In questa collezione, compare I wish I Was a Lesbian: basato sulla fantasia di viaggio avuta da una utente del sito, il film racconta in breve la gentile accoglienza di una ragazza da parte di una coppia di giovani lesbiche che la inviteranno ad avere un rapporto a tre. Una fantasia dai toni leggeri che mette in scena prima di tutto la pacatezza e la gentilezza di due donne nei confronti di una sconosciuta: una forte sensibilità che porta alla scoperta dei corpi, alla sensualità più libera, a un approccio sessuale in cui le mani si sfiorano, e a un certo punto le fantasie più sfrenate prendono piede in un climax di esperienze che culmina con il godimento di tutte e la presa di coscienza della protagonista delle sue più intime e libere fantasie, liberate da qualsiasi sostrato sociale di vergogna e censura. Un altro racconto che merita attenzione è Hold Me So Tight It Hurts: frutto di una fantasia sadomaso, una giovane ragazza si masturba pensando al piacere di essere legata. La reflex – la regista utilizza questa come mezzo per filmare – concentra il suo sguardo sul corpo dell’attrice Amber Nevada, con inquadrature del suo seno, della sua vagina, del suo volto in cui ogni sguardo è diretto all’immaginazione di una sala fatta di lunghe tende di velluto rosso in cui la donna, simile a un’apparizione fantasmatica, compare legata da lunghi nodi arancioni, appesa a un soffitto. “To me, the ties feel like an embrace. I experience more passion from the sensations of the cords gripping my flesh than most people do touching body-to-body” [34], questo è lo scheletro della sceneggiatura del cortometraggio, ripresa dalla fantasia dell’utente Willa6, in cui le pratiche bondage non hanno a che fare con l’idea di sottomissione violenta, bensì assumono valore affettivo, sentimentale in una messa in scena teatrale e onirica che ricorda le atmosfere lynchiane della Black Lodge, e si imprime perfettamente nella mente dello spettatore, come una sorta di ricordo-immagine duraturo. L’attenzione di Erika Lust nei confronti della cultura LGBTQI non si ferma alla rappresentazione dell’immaginario lesbico: come anticipato, nel suo interesse rientra anche la rappresentazione del travestitismo o del crossdressing, se vogliamo usare il termine inglese. L’uomo che si traveste da donna o la donna che si traveste da uomo mettono spesso a disagio perché considerati fuori dalla norma predominante della divisione binaria di genere: ma è anche vero che il travestimento è presente nelle fantasie sessuali sia di natura etero che omosessuale. Il travestimento è infatti un gioco di ruolo: un play se vogliamo, inteso come gioco ma anche come rappresentazione teatrale, gioco delle parti, in cui qualcuno veste i panni del sesso opposto. L’elemento del cross dressing sfida l’eteronormatività dei rapporti ed è proprio il nucleo di un cortometraggio di Erika Lust, intitolato Dude Looks Like a Lady, presente nella seconda collezione di XConfessions del 2014. Nel cortometraggio, la prima immagine è di una donna impegnata a truccarsi davanti allo specchio, in una sala simile a un qualsiasi camerino teatrale. Dopo un’illuminazione, chiama davanti allo specchio il suo ragazzo, attore due volte: in primo luogo perché il suo corpo è effettivamente quello di un attore vero, pagato per esibirsi davanti la camera; in secondo luogo perché da lì a poco gli sarà chiesto di truccarsi e vestirsi da donna. Rossetto, fard, ombretto, parrucca, vestito lungo… Una volta indossati, il play, questa volta inteso come spettacolo teatrale può iniziare: non c’è imbarazzo, l’uomo si sente a suo agio durante la vestizione tanto quanto nell’atto sessuale che giunge dopo intensi e romantici preliminari e termina con l’uomo, ora senza parrucca, e la donna intenti a raggiungere l’orgasmo. Un dolce scambio di sorrisi e risate divertite anticipa il nero che porta la parola fine. Il cortometraggio è sovvertente nel suo modo di intendere la sessualità perché sfida l’immaginario collettivo dell’uomo eterosessuale sicuro della sessualità al punto di non sacrificarla mai neanche per una fantasia: qui avviene questo, l’uomo si sente libero di accettare la richiesta femminile perché non riconosce l’atto della vestizione come trauma, ma come semplice e divertente gioco che esce fuori dalle dinamiche di binarismo di genere, tanto limitanti sia per l’uomo che per la donna, soprattutto nella dinamica sessuale.


Le note seguenti sono integrate con quelle presenti nella prima parte – già pubblicata sul sito – di questo articolo. Per avere un quadro di riferimento più omogeneo e dettagliato si consiglia di prendere visione anche del lavoro precedente.

[21] M. Kuzma, Whatever Happened to Sex in Scandinavia? I Am Curious (Yellow), Afterall: A Journal of Art, Context and Enquiry, Issue 17 (Spring 2008), The University of Chicago Press on behalf of Central Saint Martins College of Art and Design, University of the Arts London, p. 5.

[22] P. Mark, Curious Sjöman has some answers, The New York Times, 11 May 1969 .

[23] A. Henry, Fittstim Feminists and Third Wave Feminists: A Shared Identity between Scandinavia and the United States?, Feminist Studies, Vol. 40, No. 3 (2014), Feminist Studies, Inc., p. 662.

[24] Ivi, p. 664.

[25] M. Facchini, La regista Erika Lust: “Vi racconto il mio porno femminista che libera le donne”, The Post Internazionale. (Fonte Online: https://www.tpi.it/2018/09/25/erika-lust-porno-femminista-donne/)

[26] In Svezia divenne un caso mediatico perché il progetto venne finanziato da fondi statali dallo Swedish Film Institute, con ben 50.000 SEK, corrispondenti a 50.000 Euro.

[27] I. Ryberg, Imagining Safe Space in Feminist Pornography, in L. Mulvey, A. Backman Rogers, Feminisms, Diversity, Difference and Multiplicity in Contemporary Film Cultures, Amsterdam University Press, 2015, p. 79.

[28] Fonte online: https://www.parismatch.com/Culture/Cinema/Mia-Engberg-le-plaisir-de-provoquer-152002

[29] M. Mieli, Elementi di critica omosessuale, Einaudi, Torino, 1977, pp. 117-118.

[30] R. Lindau, A Sexualized Image of Lesbians in Sweden, Off Our Backs, Vol. 23, No. 6 (June 1993), p. 10.

[31] Ibidem.

[32] Erika Lust ha studiato scienze politiche presso l’Università di Lund: si interessa alla pornografia perché: “Quando stavo leggendo Hard Core: Power, Pleasure, and the “Frenzy of the Visible” di Linda Williams ho avuto un’epifania. Era uno dei primi testi che affrontava la pornografia interpretandola come un genere con una sua specificità e una sua forma filmica. In quel momento ho realizzato che il porno non è una realtà monolitica ma che fa parte di un discorso più ampio sulla sessualità: esprime un’idea e una visione del mondo. È un discorso sul rapporto tra il genere e il sesso”. (Fonte Online: https://www.tpi.it/2018/09/25/erika-lust-porno-femminista-donne/)

[33] XConfessions è un progetto particolare: tramite l’uso del web, collegandosi al sito www.xconfessions.com, Erika Lust permette al suo pubblico, sia maschile che femminile, di inserire, all’interno di un form, le proprie fantasie sessuali, in forma pubblica o anonima. Una volta al mese, la regista sceglie due tra le fantasie ricevute e le realizza cinematograficamente sotto forma di cortometraggi. Emerge con forza la visione democratica che la regista possiede a riguardo della pornografia: dare la possibilità a chi la segue di poter scegliere fa sì che ognuno possa sentirsi libero di esprimere le sue più profonde pulsioni.

[34] Fonte Online: https://xconfessions.com/film/hold-me-so-tight-it-hurts


Cristian Viteritti è nato ad Acri (CS) nel febbraio del 1995. Laureatosi in Discipline di Arte, Musica, Spettacolo con una tesi sui nuovi approcci di visione dello spettatore cinematografico nell’era del Digital Streaming, attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Cinema, Arti della scena e Media presso l’Università degli Studi di Torino. Appassionato di film, fotografia e dei processi che riguardano la relazione tra essi e lo spettatore, il suo mantra è: osservare vuol dire conoscere e conoscere vuol dire accettare e difendere la propria libertà e intelligenza.