Prosa Racconti

Quel mattino di una notte da cani


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Con la solita ostinata magnificenza le smerigliature dell’aurora cominciarono ad arrampicarsi sul grigiore spelacchiato delle mura dell’ospedale dove vegetava Jep, intento a cavalcare le montagne russe di un sonno non esattamente agevole, cullato ancora tra malinconici isciaquii di una notturna quiescenza. L’epifania sommessa e regale dei raggi, che assaltavano i finestroni del palazzo facendoli biondeggiare tra i valzer di una brezza pungente, lo strapparono lentamente al dolorosissimo torpore con cui lo avevano cullato le tenebre. Così, con spropositato rammarico, qualche imprecazione grugnita a caso, una smoccolata e un’intensa rastrellata alla nuca, fu obbligato a spalancare le palpebre per catapultarsi nell’infido regno del reale, pur avendo desiderato ancora per un interminabile momento di essere travolto da un’eterna notte di oblio e di non dover fare i conti, insomma, con la torbida fiumana della sua esistenza. A schermaglie concluse fu costretto ad ammettere che quella  galoppata tra i labirinti del buio che lui aveva quantificato in una manciata di secondi, in realtà per il mondo degli uomini era stata un’altra intera, completa notte, spaventosamente identica alle precedenti, arredata da ore ed ore di invalicabile, cupo silenzio. Non senza autocompassionevole sorpresa si esaminò: vide il suo corpo spelacchiato e abbandonato, quasi incollato al fondo di una orribile sedia verde pino che adornava (si fa per dire) con altre colleghe la sala d’attesa dell’ottavo piano. Si alzò. Lo seguirono fedelmente grovigli di barba abbandonata da settimane, forse da sempre, ciuffi neri incollati alle tempie in ordine sparso, pantaloni sbottonati per affrancare le regalità peringuinali dall’asfissia diurna, una Peroni semivuota ancora inspiegabilmente agganciata alla sua mano sinistra. La guardò. La compatì. Ammirò profondamente la fedeltà mostrata al padrone. La gettò in un cestino con sincero rammarico. In un ancor più sincero dialogo con la zona meno impresentabile della sua coscienza, si chiese se e quanto quelle due gracilità verticali che gli terminavano il corpo avrebbero potuto sostenere la carrozzeria sovrastante; senza ottenere risposta alcuna, meccanicamente riabbottonò quella che un tempo doveva presentarsi come una dignitosissima camicia di lino azzurro: un bottone, un altro, il terzo, il quarto, poi improvvisamente si fermò, lasciando liberi di esprimersi al vento i due colleghi dei piani più alti (insignificanti abitudini che, perpetuate a cadenza fissa, salvano l’uomo da sé stesso). Agganciò meticolosamente anche quelli del pantalone, con tutta la precisione e l’accuratezza possibile. Mirabilmente poi, cominciò a muoversi in una imprecisata direzione facendo leva sulla gamba destra e strascinando poi la sinistra ancora imbalsamata, che scricchiolò più volte come un caravan a fine carriera. Chiunque passando di lì non avrebbe potuto non notare questo celentanesco, scollegato incedere, pilotato da non si sa bene quale vivificante spirito, vivendo attimi di profonda ilarità o di sincera preoccupazione, ma Jep col tempo aveva già saggiamente imparato a rapportarsi esclusivamente con la propria coscienza per disquisizioni di etica individuale o di moralità, conscio che nessun umano in tale comico ambito ha da insegnare qualcosa ad altri, se non alla figura che vede stampata quotidianamente allo specchio. In fondo alla sala trovò il bagno, abbatté la porta per i disabili imprecando contro ignoti per il fracasso, poi, sorreggendo con la sinistra il muro altrimenti prossimo al crollo, si sganciò i pantaloni e pisciò beatamente.

Quattro rampe di scale, due piani, tre luccicanti distributori automatici e otto porte più giù, entrò in un reparto immerso ancora in un trasognato letargo. All’ingresso ronfava una donna grassa quanto un pupazzo di neve con capelli rossi cortissimi, che, coerentemente con il torpore di tutto il piano, si era spalmata su una poltrona violacea: la bocca spalancata, il camice sgualcito, le pantofole verdastre sparpagliate attorno ad un tavolino; al suo fianco grandeggiava un padre Pio di plastica che si era ricoperto i piedi con un ricchissimo vivaio di piantine agonizzanti. Il santissimo aveva l’occhio sinistro scrostato, con il destro fissava ostinatamente la vetrata davanti a lui, mentre con le braccia alzate imitava una famosa esultanza di Rooney in un derby di Manchester e portava stoicamente un’infinità di rosari che gli penzolavano dalle dita. Jep lo sfidò: «Passi tutta una vita a guadagnarti l’eternità, poi finisci a fare la guardia alle violette!». L’accusato se ne fregò placidamente. Il cielo fuori rosseggiava, terso, senza graffi di nuvole. Un piccione marciava indaffaratissimo sul cornicione del tetto.

Jep attraversò tutto il corridoio e si piantò di fronte ad un lindo lastrone di vetro. Al suo interno troneggiavano una sedia con tre plichi di asciugamani bianchi con finiture azzurrissime; un’astronave grigiastra piantata al muro con uno schermo cinematografico da cui ruscellavano tubi e tubicini, infinite, raggomitolate speranze di vita; al centro un letto infagottato da candidissime lenzuola. Svuotato. Rapinato di qualsiasi ipotesi di noleggio umano. Con moviolistica lentezza, Jep sollevò lievemente il testone intorpidito, trovando un insperato coraggio di interrogare quel presepe trafugato in somma fretta. Le pupille perlacee, professioniste fraudolente nel curiosare, si azionarono subito. Si intrufolarono oltre il vetro, planarono sulle lenzuola, volarono in sella all’astronave per poi arrivare su un cunicolo di finestra che le sorvegliava fedelmente le spalle. Poi esauste, tornarono mestamente al padrone. Poi ancora. Una. Due. Tre volte. Alla fine, visceralmente spossato da questo tsumani immobile di immagini perdute, contrasse istintivamente il respiro, quasi a volersi costruire il diritto di sospendere il contatto con la realtà, poi sbirciò accuratamente un ultimo istante il panorama fino al cielo plumbeo rannicchiato oltre la finestra. Fu solo allora che prese a grugnire ad alta voce uno sconnesso, indecifrato sillabario, come se si rivolgesse ad uomini ormai lontani in una lingua antichissima e incomprensibile.

Padre Pio tese le orecchie: aveva captato qualcosa, un mormorio indecifrabile, un brontolare caotico veniva da qualche parte. Il santo si concentrò per sentire meglio: una parola su tutte pareva sciamare per l’aria, un nome veniva ripetuto più volte dal fondo del corridoio, arrivando a ondate, come una cantilena, sempre più insistentemente. Era soffice, pieno di vocali, brevissimo, un arpeggio dolcissimo tra tanto ruminare. Il fraticello tentò di decifrare il nome, fece ipotesi su ipotesi, incollò sillabe, compose un’infinità di nomi sperando che la nenia continuasse ancora un poco, ma improvvisamente cadde un profondo silenzio su tutto il corridoio.

Qualche secondo dopo, il santo piratizzato vide correre davanti a lui un ragazzo claudicante che sfrecciava verso l’uscita.


Davide Maria Zazzini è nato il 14 aprile 1996 a Pescara. Da quattro anni studia a Roma, dove si è laureato in Lettere moderne e continua a studiare ora Filologia Moderna. Ama i Pink Floyd, i romanzi di Gabriel García Márquez e Calvino, le poesie di Montale, Gatto, Neruda, Prévert e Catullo. Ma il cinema è la sua passione maggiore: soprattutto Fellini, Bertolucci, Forman e Scorsese.


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