Prosa Racconti

La lepre


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Mustafa tornava sempre a casa tardi la sera e dimenticava spesso i panni in lavatrice. Aveva la faccia di tigre, un naso schiacciato e largo, grosse labbra e chiare, la voce tonda. Ogni mattina alzandosi dal letto apriva il cassetto della scrivania e prendeva in mano quella che considerava “Il mio unico avere!”: una vecchia Caracal nera con un rivestimento in legno sul calcio e qualche scheggia d’usura qua e là. L’aveva rubata qualche anno prima a un ufficiale dell’esercito algerino nei tafferugli durante la guerra civile e da allora non se ne era più separato; eppure, mai uno dei proiettili da 9mm che riposavano nel caricatore di quella semiautomatica, era esploso dalla canna per mano del ragazzo. Mustafa al mattino la accarezzava, la impugnava, si lasciava pervadere dalla sensazione di sicurezza e onnipotenza che emanava: era libero, si sentiva libero e totale padrone di sé; era lo stesso sentimento di libertà che aveva provato per la prima volta quand’era scappato dal collegio e si ripeteva costante tutte le mattine. Nei mesi appena successivi alla fuga, aveva preso e conservato l’abitudine a infrangere volutamente ognuna di quelle regole che per anni lo avevano martoriato: su tutte, era felicissimo di non dover rispettare un orario fisso per i pasti e poter mangiare a qualsiasi ora del giorno, e si stupiva lui stesso di come una stupidaggine simile potesse stimolargli tanta gaiezza d’animo quotidianamente, senza mai scemare. Viveva di piccole gioie e solo di tanto in tanto lasciava che la meschina realtà attorno a lui lo incupisse con le sue mancanze di senso, le malvagità e i dolori. Aveva un tremendo bisogno d’essere felice e tutto sommato ci riusciva, o quantomeno si illudeva di farcela.


Un giorno, svegliatosi all’alba per il forte baccano che proveniva dalla sporca hall dell’ostello dove alloggiava, s’infilò rapidamente i calzoni e vi fece scivolare, con scatto felino, la pistola fredda. A creare scompiglio era una signora sulla sessantina, bassa e grassa, che stava cercando il figlio fuggito di casa e gridava come un ossesso e si agitava tanto che Mustafa, ancora sulle scale, poteva chiaramente notare le vene sul collo di lei che si gonfiavano. La scavalcò come si scavalca una pozzanghera fetida e si allungò sulla malandata bicicletta che teneva legata in cortile. La città soleva destarsi presto e così, uscito in strada, non trovò per le vie quella calma che s’aspettava: i negozi erano già aperti e i motorini sfrecciavano sull’asfalto assordandogli i timpani col rumore delle marmitte rovinate. Si diresse verso quel piccolo bacino d’acqua dolce che tutti chiamavano “laghetto” e, giuntovi dopo una stancante pedalata, si tolse i sandali e si accomodò supino sulla riva, incrociando le gambe stese e fissando il cielo. Rimase così forse per un’ora, perdendo il senso del tempo; immobile, chiudeva di tanto in tanto gli occhi e cercava di neutralizzare i pensieri, mentre resisteva alla miriade di mosche e moscerini che lo infastidivano, rinchiudendosi in uno stato meditativo. Quando il sole iniziò a battere più forte, si tirò in piedi e fece per inforcare di nuovo la bicicletta ma si accorse che quella non c’era più: restava solo la catena spaccata lì per terra, residuo cadaverico del delitto. Provò fin da subito a lasciar scorrere via lo sconforto, a restare sereno e lucido, ma era bastato così poco, la nebbia tornava ad assalirlo così prepotentemente che era come se nembi gravidi d’acqua gli penetrassero nel cervello e deflagrassero in una pioggia torrenziale tanto fitta da offuscargli la vista. Si ripeteva: “Devo stare tranquillo, non è niente tutto questo, non è niente, non ho paura…”. I demoni tornavano raramente ormai, ma quando accadeva era l’Inferno: Mustafa si stringeva la testa tra le mani sudate e sentiva la pulsazione nitida delle sue tempie malate, e soffiava forte, come a voler materializzare il suo male in quell’alito, e finalmente poterlo espellere.


Passata la crisi peggiore, s’incamminò a piedi sulla via di casa, attraversando la macchia di arbusti e sterpaglie che gli permetteva di dimezzare il tragitto. Si sentiva ancora stranito, vacuo ma pesante, come contorto su se stesso: stava attento a dove posava i piedi e procedeva lento. Si arrestò all’improvviso sentendo un fruscìo dietro di sé e rimase fermo a cercare di capire cosa fosse stato, ma il rumore era cessato e nulla aveva visto spuntare dai grovigli di rami secchi, così riprese la marcia. Solo qualche altro secondo era passato, percepì ancora qualcosa muoversi e voltandosi di scatto scovò alla sua destra un leprotto grassottello che, quando a sua volta si accorse di Mustafa, si pietrificò con le orecchie tese a cercare d’intendere l’entità del pericolo. Anche Mustafa si era bloccato, e nel fissare l’animale, parve scorgergli negli occhi una scintilla rosso lucente, una fiamma che ardeva intensa e dalle pupille della bestia prorompeva verso di lui in lingue di fuoco le cui punte si facevano d’una tinta bluastra, tanto era il calore che emanavano. Mustafa si passò la lingua sul labbro superiore, cercando di inumidirlo con la saliva, ma i bollori ormai pervadevano tutto il suo corpo e la secchezza e l’aridità erano ora la cifra dell’Universo. La mano destra, non del tutto intorpidita, s’infilò curiosa nei pantaloni e ne estrasse il ferro gelido: una sensazione di sollievo lo assalì, e strinse l’arma ancora più forte come antidoto contro la sua sofferenza. Tese il braccio e puntò la Caracal contro la lepre-demone che era ancora lì impassibile eppure sembrava sempre più vicina, sempre più grande; esplose un colpo e poi un altro, e poi un altro ancora: la donna grassa cadde al suolo stramazzando, mentre il gestore dell’ostello urlava esterrefatto e furioso, e allo stesso tempo cercava di neutralizzare la furia assassina e insensata di Mustafa lanciandoglisi contro e brandendo una possente catena di metallo per legare biciclette, che era la prima cosa ch’era riuscito ad afferrare. Mosche e moscerini fuggirono all’improvviso via dalla testa di Mustafa e prima di svenire sotto un colpo di catena ben assestato sulla sua nuca, poté scorgere al di là della tempesta la sagoma ansimante di sua madre che moriva, tendendo il braccio verso di lui in un gesto patetico ed estremo.


Alessandro Lucia è nato il 21 novembre 1995 a Pescara. Diplomato al Liceo Classico di Pescara, nel 2017 consegue la laurea in Lettere Moderne all’Università di Bologna, dove prosegue gli studi, ottenendo la specializzazione in Italianistica nel novembre del 2020. Ama – non potrebbe essere altrimenti – la letteratura ed anche la musica, che studia fin dall’infanzia e che lo trascina dalla tastiera di un pianoforte classico alle drum machines, ma non disdegna affatto interessi più “profani”, come il calcio e i videogames. Nel suo nebbioso futuro da umanista intravede ulteriori studi, polverosi archivi e dotte biblioteche.


Immagine: Rabbit in Landscape with Clouds, Moon, Two Constellations, Rocks, Bamboo, Flowering Shrubs, Lingzhi Fungus, Pine and Wwater Plants, Qing dynasty (1644–1911), Qianlong period (1736–95) / (MET collection OA)