Prosa Racconti

Insonnia


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Il sonno è l’essere più innocente che ci sia e l’uomo insonne il più colpevole. (F. Kafka, Lettere a Milena)

Fu così che accadde: col buio, senza gemiti né lagne. Il 25 maggio 2***, nel mondo, nessuno riuscì a dormire, e lo stesso avvenne la notte successiva, quella dopo e quella dopo ancora. Ci volle un po’ prima che qualcuno cominciasse finalmente a notare l’universalità della stranezza («Sono tre giorni che non chiudo occhio», «Cavolo, neanch’io…», «Ehi, pure io!»). In breve tempo fu chiaro a tutti: il genere umano aveva dimenticato come si fa a dormire. La previsione di alcuni scienziati, che cioè saremmo tutti morti nel giro di un paio di settimane, si rivelò errata; quella delle frange religiose più estremiste, secondo cui l’insonnia generale era il preambolo dell’Apocalisse, infondata. I complottisti di vario genere diedero la colpa alle scie degli aerei, all’acqua dei rubinetti, alle lobby varie o ai nazisti che abitavano nel sottosuolo. Ma non c’erano spiegazioni che tenessero: la gente non dormiva più, punto e basta. Dormire adesso non faceva parte del nostro DNA, come rinascere dalla morte o volare o avere le antenne. In principio, per combattere il panico crescente, le autorità mondiali promossero continue campagne pubblicitarie ANTI-SONNO che, per farla breve, affermavano che il sonno aveva reso schiavi gli uomini fin dall’alba dei secoli, costringendoli a sprecare metà del (già poco) tempo che gli era concesso. Senza il dannato bisogno di dormire adesso sì che eravamo liberi! Certo, ci volle un po’, ma a parte alcuni rari casi di narcolettici suicidi che, perduta la loro patologia, avevano perduto anche se stessi e il proprio scopo nel mondo, la maggioranza degli abitanti del pianeta alla fine si abituò, anche se a malincuore. Il dramma è che, divenuto il sonno obsoleto, le persone si resero conto che la vita era troppo lunga. Altro che il poco tempo di cui parlavano le pubblicità ANTI-SONNO! Il vero problema non era tanto quello del dormire o del non dormire, quanto quello di come passare le ore. Eh sì, il problema era la vecchia e cara noia. L’industria dell’intrattenimento fiutò subito l’occasione, e la produzione di film, serie tv, videogiochi ecc. praticamente duplicò. Un caso su tutti, quasi un emblema del fenomeno, fu quello dello sport. I vari campionati raddoppiarono: una lega per il giorno, una per la notte. Le partite di Serie A delle 3 di notte si rivelarono ben presto un successo, registrando ascolti superiori perfino alle loro gemelle diurne. Era raro d’altronde che un bambino da grande sognasse di fare il calciatore diurno, un lavoro ormai prettamente da perdenti. Diventare calciatore notturno sì che sarebbe stato invece un bel successo. Di notte l’audience registrava infatti un picco in tutte le programmazioni possibili: reality show, programmi di cucina, film pornografici. Le lucine degli schermi di ogni modello e grandezza si accendevano di giallo, colorando le lunghe notti di un alone caldo e confortante. Presto poi, parlando di cose serie, alcuni stati nominarono due presidenti, uno per il giorno e uno per la notte (di solito quello notturno comandava, anche se faceva credere all’altro il contrario), e i cattolici, allo stesso modo, pretesero un secondo papa. La scomparsa del sonno fu un toccasana, tra i tanti, per quei bambini dall’immaginazione un po’ troppo vivida: risolto per sempre lo spinoso problema di non riuscire ad addormentarsi, finì definitivamente il tempo dei mostri sotto al letto e delle pisciate tra le lenzuola. Questo però condusse a un triste epilogo: con la morte della paura infantile si avviò al tramonto tutto il filone horror nel cinema come nella letteratura e nelle altre arti (e molti psicanalisti dovettero cambiare mestiere). La paura non vendeva più, perché la paura, si sa, la si impara da bambini.


Certo, un intrattenimento doppio aveva bisogno del doppio del lavoro. E ovviamente l’equazione non afflisse solo la pingue industria dell’intrattenimento. Il concetto di chiusura, infatti, smise di esistere: negozi, uffici e bar adesso rimanevano aperti 24 ore su 24. Anche perché presto il cosiddetto spuntino di mezzanotte venne istituzionalizzato: il quarto pasto diventò anzi il più abbondante e amato dalla gente, soprattutto qui in Occidente. Si iniziò col chiamarlo la Mezza, in inglese the Middle, ed ecco che per strada si sentivano frasi del tipo: «Ti andrebbe di venire a mezza con me?», «La mezza deve essere il pasto più sostanzioso della giornata», «Domani mezziamo insieme?». Insomma, doppio del consumo uguale doppio del lavoro: qualcuno disse che la disoccupazione sarebbe scomparsa. Qualcun altro, al contrario, affermò (riprendendo un po’ i discorsi degli ormai decrepiti filosofi marxisti) che un così grande trionfo del lavoro totalizzante si profilava come la tanto annunciata Apocalisse proletaria, e che insomma si trattava di un problema non di tipo pratico, ma di tipo esistenziale. Ecco, interroghiamoci sull’esistenza. Cosa significa, ontologicamente parlando, non dormire? Per le nuove generazioni, i post-sleep o sonnambuli, come vengono chiamati i nati dopo quella fatidica notte, praticamente nulla. Per loro il sonno è un’idea aliena, sconosciuta, una parola vuota e nostalgica che associano a genitori e nonni e alle loro chiacchiere inutili: per farla breve, una cosa polverosa e noiosa da studiare nei libri di storia. Ma per noi? Noi pre-sleep, noi nati prima del 25 maggio 2***, cos’è cambiato per noi? La cosa più strana e all’inizio più difficile fu la fine della spezzettatura del tempo. Mi spiego: all’epoca eravamo abituati a dividere giornata da giornata attraverso il sonno, a usare espressioni del tipo «domani è un altro giorno» e simili. È un concetto difficile da spiegare, impossibile da capire se sei un post-sleep. Il sonno scandiva la nostra vita, e il tempo non era un flusso ininterrotto, ma una linea frammentata a cui il dormire forniva un ritmo, come fa la batteria in una canzone qualunque (ben presto anche la musica come noi la concepivamo scomparve, privati gli uomini ormai dei concetti di pausa, interruzione e appunto ritmo. Ascoltate una canzone di oggi: è uno scorrimento continuo, assomiglia al vomito e al pianto e al fiume che non si ferma mai). Dal 26 maggio cambiò tutto, e non fu facile. Come al solito, qualcuno si abituò in fretta, ma altri, tipo me, no. Così inventarono uno psicofarmaco, il RHYTHM. Il RHYTHM, anche se non dormivi, ti donava quella sensazione di discontinuità di cui dicevo, andando a scombussolare l’apparato nervoso come farebbe una scossa elettrica o un cazzotto in faccia con successivo trauma cranico. Era roba pesante, e alcuni ne abusarono fin da subito; in molti perfino ne morirono, in quel folle tentativo di ridare un significato alla parola ieri e alla parola domani, due concetti che presto caddero in disuso. Esisteva (esiste) ormai solo l’oggi. Un’ulteriore problematica era quella della stanchezza: vi ricordate (parlo con i pre-sleep) quelle giornate spossanti, quando la sera desideravi solo buttarti sul letto e dormire? Ecco. E ora? Con la fine del sonno scomparve anche la sonnolenza, questo sì, ma la stanchezza vera, quella che si combatte solo con una bella e genuina dormita, non scomparve affatto. E starsene ore e ore sul divano, a riposare le membra con gli occhi chiusi, non era un granché. Ti alzavi e stavi meglio, certo, ma non meglio come prima. Inventarono farmaci anche per questo. La cocaina e le altre droghe con effetti eccitanti diventarono legali, e anzi fondamentali. Peccato che costassero troppo per potersele permettere tutti i giorni. Presto il genere umano si tramutò in una razza stanca e affaticata, che al posto di farsi le guerre e di scopare e litigare si trascinava per inerzia sulle strade affollate e perennemente illuminate dalle insegne dei negozi.


La cosa che mi manca di più, oltre ai film horror, è sognare. Se non si sogna a occhi chiusi è difficile farlo a occhi aperti. È difficile proprio favorire l’immaginazione, spronarla, coccolarla. Per questo sono entrato a far parte di una cellula del sonno. Ci riuniamo in vecchi magazzini industriali ai confini delle metropoli, terre di nessuno, capannoni che riempiamo di letti di tutti i tipi: quelli a castello sono i miei preferiti, perché mi ricordano quando da bambino, d’estate, dormivo in camera con mio fratello maggiore e i miei cugini, e tutti insieme parlavamo delle ragazzine di cui ci eravamo innamorati, e qualcuno spiegava la sua inesatta visione da dodicenne sul sesso, e restavamo svegli fino a tardi e ci addormentavamo per sfinitezza, per desiderio, per passione. Anche adesso, noi della cellula ci stendiamo sui letti e, nel silenzio più totale, proviamo a dormire. Non ci riesce mai nessuno. Certo, si raccontano storie: dicono che in America uno ce l’abbia fatta, che ha dormito e che era un idraulico. Per noi è praticamente una figura mitologica, quasi divina, che associamo all’acqua. Danny l’idraulico, il dio dell’Acqua Soporifera. D’altronde abbiamo tutto un nostro pantheon: Sand-man, il dio addormentante delle sabbie, le Pecore Infinite che si lasciano contare, Morfeo, perfino la Bella addormentata nel bosco (che nella nostra versione al bacio del principe non si sveglia, ma si addormenta). Abbiamo le nostre preghiere, antiche ninne nanne, e i nostri libri sacri, L’interpretazione dei sogni per esempio, o La casa del sonno o un racconto di nome Sonno e un altro di nome Veglia. Tutto questo è strano, lo so, e magari un giorno diventerà illegale (lo diventano le cose che non si comprendono), ma siamo in tanti qui a tentare di addormentarci, e fidatevi, penso di aver scorto anche qualche post-sleep curioso che si mimetizza tra gli altri. Le parole sonno e sogno, in italiano, hanno la stessa etimologia: un tempo lontano erano la stessa cosa (me l’ha spiegato un professore di geografia che mi hanno detto sia morto di cirrosi epatica). Forse è per questo che sono qui, perché voglio riprendere a sognare il viso di mia madre che ora è troppo vecchia, a sognare le donne nude e i labirinti di vetro, a sognare di essere una persona crudele o un eroe coraggioso. Voglio tornare ad avere gli incubi dove vengo scuoiato vivo. Voglio tornare. O forse sono qui in quanto ameba che si trascina per le strade lentamente, andando e rientrando dall’ufficio (lavoro in un call-center che pubblicizza enciclopedie informatiche), e perché sono pure un tossico-dipendente dal RHYTHM e ho troppi pochi soldi per la coca. Sono qui perché da quando non dormo più non mi sento umano. Sono infelice, e non è che prima gli uomini non fossero infelici. Lo erano un po’ di meno però, o almeno in maniera diversa, preferibile. Accanto a me le persone tengono gli occhi chiusi anche per quattro o cinque ore. Io arrivo al massimo a due. Tutti questi respiri mi distraggono, e poi c’è qualcuno che tossisce, e sono convinto che alcuni vengano alle riunioni della cellula unicamente per rimorchiare (sento degli strani sospiri). Comunque, un giorno ci riuscirò, come l’idraulico. E quando mi sveglierò sarà bellissimo.


Claudio Bello è nato a Brindisi nel 1993, ma vive a Roma da ormai quasi vent’anni. Laureato in Lettere Moderne alla Sapienza, è attualmente laureando in Editoria e Scrittura. Nel 2017 ha pubblicato con la casa editrice L’Erudita la raccolta di racconti Come un groviglio, con la quale è arrivato tra i finalisti del Premio Augusta. Ha scritto recensioni e articoli di cultura e letteratura su Artwave, e ha pubblicato racconti sulle riviste Verde e Pastrengo. È stato tra i finalisti del Premio Chiara Giovani 2018, con il racconto Oltre la frontiera. Vorrebbe vivere nell’universo di Roberto Bolaño, ma la sua vita assomiglia più che altro a un romanzo di Kafka. Si intrattiene di mattina con Buzzati e Foster Wallace, di pomeriggio con Raymond Carver, di notte con Dylan Dog e i film di Lanthimos.


Immagine: Il sonno della ragione genera mostri (No. 34), da Los caprichos, 1799 / Francisco Goya (Nelson-Atkins museum of Art, Kansas City, Usa)