Prosa Racconti

Investire il futuro – Un racconto allegorico


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L’Hammer nera con a bordo i tre uomini sfrecciava sopra i limiti di velocità, dopo essere uscita dal paese, su una stretta stradina di periferia che portava verso il mare. Dense nubi di fumo scuro si sprigionavano dal tubo di scappamento e sembravano voler seguire l’automobile, fino ad accasciarsi via via – dopo aver disegnato alcune ampie volute – sopra l’asfalto e la scarsa vegetazione circostante, come se fossero state troppo stanche per proseguire l’inseguimento. La rapidità del mezzo, d’altronde, cresceva ulteriormente e sarebbe stato difficile raggiungerlo persino per delle vere nuvole, spinte da forte vento. La mattina era ancora giovane e le tenui luci dell’aurora lasciavano or ora spazio al sole intenso e splendente del giorno, ma per qualcuno non era mai troppo presto o troppo tardi per fumare ed un mozzicone di sigaretta volò sul prato, saltando fuori dal finestrino della vettura in corsa. Circa un chilometro più avanti, la macchina ibrida su cui si trovava Greta insieme ai suoi amici – una nutrita compagnia di giovani, pronti a partire per il lungo viaggio che da tempo avevano programmato e che, carichi di speranze, sognavano da più di quanto non volessero ammettere – era ferma al semaforo e non emetteva alcun suono, poiché era in funzione il solo motore elettrico. Greta, ancora lontana dal raggiungere l’età per guidare, sedeva davanti, sul sedile del passeggero, accanto al suo amico Pietro, appena ventenne, quando vide attraverso lo specchietto, due fari accesi avvicinarsi a tutta velocità da dietro una curva lontana. All’inizio, assorta e assonnata quanto i suoi compagni, vista l’ora e l’eccitazione della partenza, non diede peso al fatto, né se ne preoccupò, ma quando capì che l’auto si avvicinava senza rallentare, il battito iniziò ad aumentare e la preoccupazione si dipinse alfine nei suoi occhi. L’Hammer nero infatti continuava la sua folle corsa e, incurante del semaforo rosso, prendeva ancora velocità, insensibile ai limiti di legge e all’incolumità dei suoi stessi passeggeri. Il semaforo scattò sul verde e Pietro, terminato uno sbadiglio inconsapevole, spinse il piede sul pedale dell’acceleratore, lievemente. Così la macchina partì, piano piano. Greta nel frattempo non diceva nulla e continuava a guardare nel piccolo specchio, impaurita: la strada sulla quale si trovavano era diventata troppo stretta per permettere un sorpasso, ma l’Hammer con a bordo i tre uomini si avvicinava pericolosamente. Uno di loro urlò: «Frena!». Ma la velocità era troppo elevata, e il suo consiglio, seppur presto eseguito, non servì a nulla. La collisione fu inevitabile. Pezzi di vetro e metallo volarono in tutte le direzioni, ricoprendo il manto stradale circostante. Gli airbag si aprirono repentinamente in un momento che ai passeggeri sembrò durare un’eternità. Un solo secondo dopo il terribile tamponamento, le due auto si trovarono a schizzare in direzioni casuali, quella dei ragazzi più velocemente e quasi ruotando su se stessa; quella degli adulti rallentando e fermandosi lentamente, fino ad oscillare avanti e indietro per l’assenza di freni. Quando finalmente entrambe le vetture si arrestarono, l’incidente sembrò quasi meno grave del previsto. Tutti i passeggeri erano incolumi e i loro veicoli ancora accesi. Inoltre, per quanto mal ridotti nei punti coinvolti dall’incidente, non sarebbero certamente esplosi come si vede succedere nei film. Greta fu la prima a riaversi e subito controllò che tutti i suoi compagni fossero salvi: «State tutti bene?» chiese. Ciascuno coi suoi tempi di reazione rispose affermativamente. Solo Pietro, con gli occhi sgranati e lo sguardo perso, non reagiva alle insistenze dell’amica. «Ehi! Ti senti bene? Ehi! Parlami. Sei cosciente?». Visibilmente sotto shock, si limitava a fissare dritto davanti a sé e a riavvolgere il cuscino ad aria che gli aveva probabilmente appena salvato la vita. Dalla macchina dietro di loro non si sentiva arrivare alcuna voce. Dopo un po’ di brusio sulla gravità dell’accaduto, la compagnia di amici decise il da farsi. Dai sedili posteriori arrivò una sola, insoddisfacente conclusione: tutti quanti scrissero ai propri genitori, comunicandogli dell’incidente e rassicurandoli sulla loro incolumità. Tuttavia, nessuno accennò a voler scendere dall’auto per sistemare la faccenda. Pietro era ancora troppo imbambolato, al punto che il suo messaggio dovette essere inviato da un amico. Solo Greta avanzò una soluzione fondata: bisognava parlare col conducente dell’altra macchina, chiamare i soccorsi e fare una constatazione a fini assicurativi. I suoi compagni però non sembravano voler capire quel che diceva, così fu lei stessa a farsi avanti. La sua cintura non fece resistenza e la portiera si aprì senza problemi. Scese dal veicolo e si diresse ad ampi passi verso il relitto nero dell’Hammer, il cui muso graffiato pareva vagamente appiattito. Non aveva preparato alcun discorso, ma la rabbia per l’indifferenza dei suoi coetanei e soprattutto per la foga del tamponamento la spingevano ad abbandonare ogni idea di pacatezza. Eppure Greta non era fatta così, lo sapeva e per quanto poté cercò di contenersi. Una volta raggiunto il finestrino del guidatore, fece un lungo respiro prima di bussare. *Toc toc toc*. Dopo un borbotto iniziale, il vetro si abbassò e il faccione di un uomo, stempiato e baffuto, fu svelato lentamente. «Sì, bambina?» disse l’uomo. «Lei ci ha tamponati» rispose Greta, a cui non piacque essere chiamata in quel modo. Aveva sedici anni ed era pronta a farsi valere. L’uomo guardò i suoi compagni di viaggio e poi tacque. «Scenda dall’auto, per favore. Dobbiamo compilare il modulo dell’assicurazione mentre aspettiamo le autorità». Sotto il baffo dell’altro si dipinse un mezzo sorriso, ma non arrivò nessuna risposta, escluso un sibilo beffardo. Greta iniziava a perdere di vista il motivo per cui aveva deciso di mantenere la calma. «Signore, glielo ripeto: ci è venuto addosso con la macchina. Deve scendere ed assumersi la colpa di quello che ha fatto. Anzi, le dirò di più. Io l’ho vista arrivare da lontano e potrei giurare che stesse viaggiando ad una velocità superiore ai limiti di legge». La sua lucidità era impressionante, quasi quanto la sfacciataggine della risposta che ottenne: «Non è vero». Il sorriso dell’uomo si era allargato a dismisura e quando la ragazza gli chiese di ripetere, lui lo fece: «Non è vero. Io dico che non è andata affatto così». Greta stava quasi cominciando a pensare di trovarsi di fronte a un caso di commozione cerebrale, ma non si arrese: «A cosa si riferisce? Alla velocità o alla colpa del tamponamento?». L’uomo guardò i suoi compagni e per poco non scoppiò a ridere: «A tutte e due!». Greta era troppo incredula per ribattere, rimase a bocca aperta, in silenzio. Un’altra voce continuò al posto dell’uomo baffuto: «Siete voi che eravate fermi. Il semaforo era verde e voi intralciavate il nostro percorso. Ci avete tagliato la strada». «Vedi bambina? Quindi è chiaro che la colpa non è nostra» confermò il primo. Alla rabbia della ragazza si stava ora unendo un vivo stupore. Non era sicura di poter continuare quella discussione da sola. «Ma certo che è vostra, la colpa! Ci siete venuti addosso voi. Il semaforo era rosso quando ci siete arrivati a distanza di sicurezza. E quando è diventato verde ci siamo mossi. Non avremmo intralciato nessuno che stesse andando a una velocità normale, ma voi ci avete investiti lo stesso, perché andavate sopra il limite e non avreste potuto frenare, neanche…». «Esatto, non avremmo potuto frenare» la interruppe la voce, «quindi la colpa è vostra!». A parlare era l’uomo seduto sul sedile del passeggero, il cui tono sembrava molto meno calmo di quello del conducente. Si sentì qualche spallata e uno stridore di ferri, poi il suo sportello si aprì e l’uomo scese dal veicolo semi-accartocciato. L’ira era visibile nei suoi occhi. «Sei tu che guidavi?» chiese sbraitando alla ragazza. «N-no…» balbettò Greta spaventata. «Allora che cosa vuoi? Nessuno si è fatto male, no? Altrimenti staresti chiedendo aiuto. Ci stai solo facendo perdere tempo. Dobbiamo andare, ragazzina, quindi tornatene nella tua macchinina e di’ al tuo autista di liberare la strada!». «A-autista?». Greta era ora più smarrita che mai. «Muoviti!» urlò ancora l’uomo. La ragazza si allontanò, continuando a fissarlo stranita: «Aspetti un momento, signore» disse. Quello acconsentì, chiedendole sgarbatamente di non farsi aspettare. Una volta tornata alla macchina dei suoi amici, Greta espose loro la situazione con aria irritata, insistendo sul comportamento assurdo dell’autista dell’Hammer, che non solo si rifiutava di prendersi la colpa dell’incidente, ma non voleva neanche aspettare i soccorsi, cercando di svignarsela prima di aver compiuto i suoi obblighi civili. I ragazzi sui sedili posteriori però non sembravano scossi dal fatto. «Ragazzi, dobbiamo fargli capire che la colpa è la loro è che se siamo tutti vivi è solo per miracolo. Inoltre, Pietro è ancora sotto shock e non è in grado di parlare con l’autista. Dovete aiutarmi voi a far capire a quei tipi che ci siamo fatti male, che abbiamo bisogno di farci vedere da un dottore e che quindi dobbiamo aspettare che arrivi». Nessuno sembrò davvero ascoltarla. Nessuno dimostrò di aver capito la gravità della situazione. Anzi, uno di loro continuava a stare piegato sul telefono. Non uno di loro scese per aiutarla. Così, Greta continuò: «Non possono di certo andarsene in questa maniera o la macchina dovremo ripagarla noi con i nostri soldi, quando la colpa dell’incidente è loro e sono loro che devono farsene carico! Ne va anche del nostro viaggio. Possiamo rimandarlo, magari, ma se non facciamo niente, non solo non potremo permetterci un’altra vettura per ripartire, restando bloccati qua per sempre, ma loro la passeranno liscia e ripartiranno con la coscienza pulita, lasciandoci qui – dei ragazzini! – ad aspettare che qualcuno si assicuri che stiamo bene e che non riportiamo traumi gravi o emorragie». A quelle parole, qualcuno di loro sembrò rianimarsi ed ascoltarla più volentieri. Quando capirono che non si trattava di una semplice questione di principio, una di quelle cose da pignoli che li annoiavano da morire, ma che la faccenda li interessava direttamente, iniziarono a dimostrare solidarietà a Greta. Dalla macchina si udiva provenire una gran confusione e, dopo un altro infervorato discorso della giovane, furono tutti pronti a scendere per aiutare la loro amica – e così anche se stessi. Nel frattempo, anche i tre signori erano sgusciati fuori dal veicolo e il tipo iroso li aspettava fumando spazientito. «Bene, ce ne avete messo di tempo. Ma quanti diavolo siete? Dai, facciamo in fretta, chi di voi guidava la macchina al momento dello scontro?». «Nessuno. Il nostro amico, Pietro, è ancora in macchina. È sotto shock e dobbiamo aspettare un medico perché non riesce a riprendersi». «Avete provato a tirargli due schiaffi?». «No! Potrebbe avere un trauma cranico. Ci serve un medico». «Allora portatelo a fare una visita e lasciateci passare». «Che cosa!?». I ragazzi si guardarono fra di loro smarriti. «Assolutamente no» intervenne Greta, «dobbiamo compilare il modulo in cui voi vi assumete la colpa del tamponamento e devono esserci i dati del vostro conducente». «Ma io non ho nessuna colpa» ribatté quello. «Lo vedete?» chiese la ragazza agli amici. «Fa finta di nulla. Si sono coalizzati contro di noi. Prima hanno detto che la colpa è nostra perché andavamo piano, quando in realtà sono loro che guidavano sopra i limiti di velocità. Noi eravamo appena partiti e loro ci sono subito venuti addosso, prima ancora che avessimo avuto il tempo di accelerare un po’. Non è così che funziona, cari signori» li apostrofò, rivolgendosi ai tre. Nonostante le manifestazioni di approvazione, il passeggero dell’Hammer non si perse d’animo e continuò ad attaccarli, sbraitando con foga: «Non avete nessuna prova, stupidi ragazzini. Voi eravate fermi e ci avete ostacolati quando il semaforo era verde». «Ma era appena diventato verde, avreste dovuto rallentare vedendolo rosso». «Silenzio! Non mi dovete interrompere! Noi non vi siamo “venuti addosso”, siete voi che ci avete bloccato la strada mentre stavamo andando spediti come pareva a noi. Che limite volete darci a bere? Siamo su una strada di campagna periferica dove nessuno rispetta mai i limiti di velocità. I cartelli non esistono nemmeno e se esistono indicano sicuramente una velocità troppo bassa per una strada dritta e senza buche come questa, quindi vorrei capire chi diavolo vi ha dato il permesso di fermarvi e di bloccare il passaggio, quando tutti sanno che qua non ci si deve fermare, perché chi si ferma è un idiota e un perdente! Lo vedete che cosa succede a fermarsi? Si viene travolti, piccoli deficienti». Il suo volto era diventato vermiglio di rabbia e a forza di urlare gli era venuto il fiatone. In quel preciso momento si udì uno sportello chiudersi e Pietro uscì dalla sua macchina visibilmente stordito. Una ragazza si staccò dal gruppetto di amici e andò a soccorrerlo. Il ragazzo barcollava un pochino, ma aveva ascoltato e compreso il discorso accorato di Greta e teneva in mano i fogli per la constatazione. Vedendolo, l’uomo che era sceso dai sedili posteriori dell’Hammer e che era stato zitto fino a quel momento bisbigliò: «Poverino…». Il collerico gli lanciò un’occhiataccia. «Povero ragazzo» ribadì l’altro, «potrebbe essersi fatto male. Non ha una bella cera». «Cosa c’entro io, lo vorrei sapere» disse per primo l’autista, «quando mi hai chiesto di frenare era troppo tardi». «Ma sei impazzito?» lo incalzò poi il collerico. «Che cosa ti salta in testa di dire? Poverino lui? E noi? Noi non siamo stati bloccati dalla sua stupidità? Ti voglio ricordare che abbiamo fretta, collega, e che se non ci sbrighiamo arriveremo in ritardo. Tutto per colpa di questi ragazzini che continuano a farci perdere tempo con queste pratiche inutili. Chi se ne frega di chi è o non è la colpa e chi se ne frega se un idiota si è fatto male! Andiamocene e basta». Ma l’uomo pietoso rispose: «No, forse hanno ragione anche loro. Noi abbiamo fretta, ma dobbiamo aspettare… e forse dovremmo anche assumerci la nostra colpa». «Colpa di cosa? Dovete spiegarmi di che cosa parlate. Mi sembrate matti» disse ancora l’autista, rosso in volto. L’altro continuava a sbraitare, agitando le braccia e lanciando mozziconi di sigaretta ancora accesi nel verde attorno a lui, ma si sentivano già le sirene arrivare in lontananza. A quel punto persino l’uomo gentile sembrò tirarsi indietro: «Ah, state sentendo? Ecco i vostri soccorsi! Visto, bambini, che prima o poi arrivavano? Potete farci ripartire, adesso?». Oramai era mezzogiorno inoltrato quando finalmente furono tutti visitati. Pietro stava bene, non aveva nessuna commozione cerebrale, era solo caduto in un momentaneo quanto profondo stato di shock. Dopo un po’ arrivò anche la polizia, che cercò di mediare fra le due parti, una capeggiata da Greta e sostenuta dal gruppetto di ragazzi, l’altra dal tipo la cui rabbia non scemava mai e accanto al quale stava sempre l’autista baffuto, negando con convinzione il proprio coinvolgimento. Quest’ultimo fu visitato più volte dai paramedici, evidentemente scettici, ma neanche lui riportava danni cerebrali. Persino i poliziotti, uno più giovane e uno più grande, dimostravano di avere i loro dubbi, dato che non seppero decidere quale delle due fazioni raccontasse il vero. Il primo propendeva per la versione dei ragazzi, il secondo per quella degli adulti, i quali al suo arrivo lo avevano salutato come se lo conoscessero da tempo. I due rappresentanti dell’ordine discussero ampiamente e in privato anche fra di loro, a volte impuntandosi sulle proprie posizioni, a volte contraddicendosi da soli e a volte scambiandosi addirittura prospettiva. Al calar della sera ancora nessun risultato tangibile era stato raggiunto e nella testa dei poliziotti si faceva strada l’idea di portare tutti quanti in comando per intralcio alle indagini. In disparte,  Pietro e l’uomo a cui aveva fatto compassione bevevano tè caldo poggiati sull’ambulanza. Dopo lunghi minuti di silenzio, Pietro, desiderando togliersi un ultimo dubbio, gli chiese: «Noi andavamo verso il mare, era da tanto tempo che progettavamo di farlo. Anche voi andavate verso il mare?». «Certo che sì, questa strada porta solo verso il mare, che io sappia». «E dove andavate così di fretta» domandò ancora Pietro, «da non potervi fermare neanche di fronte ai limiti di velocità, neanche davanti all’unico semaforo della via, vedendolo rosso, o a una macchina con a bordo dei ragazzini? E neanche in seguito, dopo aver provocato lo schianto? Cosa ci poteva essere di così importante e urgente?». L’altro lo guardò un po’ di lato, come se gli avesse fatto una domanda del tutto ovvia. Poi rispose con naturalezza: «Cercavamo di andare il più veloce possibile, per vedere quanto lontano avrebbe potuto saltare la nostra macchina al di là della riva e fin dentro il grande mare salato dove tutti noi finiamo per andare».


Pierfrancesco Quarta è nato il 22 Dicembre del 1995 a Fiesole, paesino di origini etrusche in provincia di Firenze, città in cui cresce e conclude gli studi classici. Dopo aver conseguito la laurea triennale in Studi letterari e filosofici all’Università di Siena con una tesi sulla concezione esperienziale del romanzo nel pensiero di Walter Benjamin, torna nuovamente a Firenze, dove è attualmente iscritto al corso di laurea magistrale in Scienze filosofiche. Appassionato di filosofia, letteratura, cinema e soprattutto di musica, ha alle spalle un passato da batterista in una band emergente fiorentina.


Immagine: Variety Act 11: Mac Bull from Philadelphia in His Frightful Loop-the-Loop Ride in His Car, 1907 / Moriz Jung (MET collection OA)