Prosa Racconti

Autostrada per il mare


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Breve era il viottolo che separava casa mia dall’ufficio dove lavoravo, e pulito: i lampioni si accendevano dalle quattro del pomeriggio, e per non più d’un paio d’ore, fino al tramonto, riuscivano a restituire quel minimo di vita ai palazzi, altrimenti grigio cenere come certe mattine d’inverno. E di vita in detti palazzi se ne esercitava! Si amministrava, si delegava, si concedeva o si negava: lì dentro la vita si scolpiva come tatuaggio sulle persone, era indelebile e nera. Avvolgeva ogni cosa. Al primo piano di uno dei grigi edifici, ginestra in questo cimitero, c’era la lavanderia alla quale affidavo quotidianamente la cura del mio vestiario; erano soprattutto camicie, scarpe di pelle e i miei trench in gabardine, che lasciavo nelle mani vecchie e delicatamente callose di Agatha, l’anziana che gestiva quell’attività quasi da sola, eccezion fatta per quando la nipote, una studentessa dell’Università, si presentava per darle una mano, e poi le supplicava una paga. Bisogna ora in tutta fretta che io descriva esaustivamente la ragazza: era alta un metro e sessantacinque circa e portava spesso stivali lunghi fino al ginocchio ma morbidi e comodi, malleati dalla curva dei polpacci. Il sedere era alto e muscoloso, forse per le infinite pedalate in bicicletta, e le braccia magre e pallide aveva l’abitudine di coprirle quasi interamente di gingilli e argentame. Dal sorriso sveglio, aveva labbra particolarmente sottili e regolarmente lucidate, il nasino grazioso e le guance rosse e lentigginose. I capelli a caschetto erano d’un biondo paglierino e l’abitudine a indossare sempre cappelli aveva finito per schiacciarli contro il cranio, quasi annullandone il volume; spettinati anche sulla fronte, vi era talvolta il rischio che coprissero quegli enormi occhi celeste perla ch’erano il faro della sua persona (ma la luce delle sue pupille si era spenta più d’una volta in pianto, in quei tempi: eppure, era davvero brava a piangere, aveva imparato come fare, avrebbe saputo lacrimare a comando. Ma non vorrei addentrarmi troppo in giudizi di condotta). La zia Agatha, attraverso un suo cugino, era furbamente riuscita a piazzare Erica – questo il nome – al xyyx Hotel: lavava le lenzuola delle camere del terzo piano, ogni fine settimana, compreso quello in cui il giovane musicista XXyy, lì in una stanza al terzo piano, l’aveva sedotta e resa gravida prima di ripartirsene senza un saluto. Ricordavo di averla vista per la prima volta qualche mese prima che smettesse di frequentare l’Università, in lavanderia con sua zia: era in novembre ma le temperature estive pareva non si fossero ancora piegate all’autunno, e così il sole le batteva sul volto e lei, affaccendata e schiva, mi parve molto bella. Scambiammo qualche parola di circostanza e un sorriso timido, con gli occhi rivolti a terra. Poi una seconda volta la vidi quella notte stessa, nel marasma di un sogno: mi apparve crocifissa a un lampione, come un gattaccio nero appeso per la collottola ad un palo alto, in un rito di stregoneria. Penzoloni come un fantoccio, ogni tanto acquistava vigore e sbracciava, e si strappava inferocita le vesti fino a lacerarle del tutto, e un bagliore livido sembrava fuoriuscirle dalle narici per correre poi nello spazio fra i suoi seni molli ed espandendosi infine sul ventre in un turbine di luci. Lei continuava ad agitarsi e dal fondo delle mie angosce la sentivo esplodere in grida acute di terrore: era un dolore fisico e mentale assieme, proveniva da lontano e si pasceva di lei. Ferite cicatrizzate sulle sue gambe si riaprivano e fiotti di sangue nero ne colavano rigandole le cosce e gocciolando alla base del palo della luce, che scompariva, sommerso a poco a poco dal bollente Flegetonte. Quando il vischio di quel liquido organico, che andava via via accumulandosi a terra, la raggiunse sulla sommità del lampione, fece per tirarsi su ma annaspò e rimase sommersa, annegata, ancora viva. Nel sogno, guardavo la scena da dentro la mia auto, con le mani strette dal disgusto sul volante e la radio accesa che cambiava stazione ogni secondo; e io in realtà ero in autostrada, e il fiume era l’autostrada, e la ragazza un corvo sul cartello di una stazione di servizio, e i bagliori luci segnaletiche, e il sangue benzina: ogni cosa era di nuovo così confusamente reale. Stranamente, non mi svegliai allora dall’incubo, ma percorsi tutta quell’autostrada e mi diressi al mare, mi spogliai in fretta (mi accorsi che anche le mie membra erano tutte percorse da squarci disumani, cicatrici del Tempo…), mi tuffai in acqua e fu solo allora che mi destai, ovviamente in un bagno di sudore.


Alessandro Lucia è nato il 21 novembre 1995 a Pescara. Diplomato al Liceo Classico di Pescara, nel 2017 consegue la laurea in Lettere Moderne all’Università di Bologna, dove prosegue gli studi, ottenendo la specializzazione in Italianistica nel novembre del 2020. Ama – non potrebbe essere altrimenti – la letteratura ed anche la musica, che studia fin dall’infanzia e che lo trascina dalla tastiera di un pianoforte classico alle drum machines, ma non disdegna affatto interessi più “profani”, come il calcio e i videogames. Nel suo nebbioso futuro da umanista intravede ulteriori studi, polverosi archivi e dotte biblioteche.


Immagine: The Abandoned, 1898 / Auguste Rodin (MET collection OA)