Critica

Appunti per una teoria della vacuità /1


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In una società dei consumi in cui la tempestività all’acquisto del prodotto nuovo e più costoso sul mercato è via via diventata uno dei parametri basilari su cui poggiare qualsiasi tipo di valutazione sociale riguardante lo status e il prestigio dell’individuo, non stupisce che a livello di discussione politica a trionfare siano il qualunquismo, le esagerazioni becere e una serie innumerevole di generalizzazioni banalizzanti che, secondo vari livelli di gradualità e di semplificazione dei complessi processi in atto, assumono poi il ruolo di veri e propri leitmotiv capaci di smuovere e indirizzare con facilità disarmante ed allarmante l’opinione pubblica. Questo accade perché ogni riflessione connotata da un minimo di analiticità e al contempo ogni pensiero logico e costruttivo vengono rifuggiti ed anzi rinnegati in nome di una contemporaneità che in più ambiti differenziati sembra oramai capace di poter procedere senza alcuna ulteriore necessità di ragionamento e meditazione. Ecco che a discapito dell’approfondimento e della volontà di dare senso agli avvenimenti circostanti, altri fenomeni, più o meno antichi, vengono rivalutati e galvanizzati: l’insulto, il pregiudizio, la violenza verbale e non. L’incapacità di ascoltare le ragioni altrui – vizio affermatosi assieme al prototipo dell’uomo-tipo desideroso di affermare se stesso aprioristicamente – impossibilita lo svolgimento di un dialogo che sia degno di essere ritenuto tale, in cui gli interlocutori dimostrino la capacità di sospendere momentaneamente il proprio giudizio in favore di un interesse sincero, volto a cogliere e ad elaborare considerazioni differenti dalle proprie ed in seguito a valutare con lucidità e raziocinio le posizioni messe a confronto. Il processo di standardizzazione e omologazione dell’opinione pubblica sembra essere oggi più che mai irrefrenabile. Il lento processo di deresponsabilizzazione decisionale e informativa, basato su istinti primari mal incanalati e pigrizia intellettiva, non può che condurre all’assoluta inadeguatezza valutativa e conoscitiva in tutti i campi del sapere e del vivere sociale. Siamo attualmente protagonisti di un contesto situazionale in cui la massa pensante rischia di vedersi privata del suddetto epiteto a causa di una serie di comportamenti autolesionistici, tra cui a spiccare maggiormente vi è una rinnovata esaltazione della forma rispetto al contenuto; una forma (de-formata) stratificata che si impone negli usi, nei costumi e nell’immaginario collettivo in maniera trasversale e geograficamente omogenea. A prevalere sono tendenze politiche, sociali e culturali che, vestendosi di novità spacciate per tali, inneggiano a pseudovalori d’antan e poco futuribili, accendendo e rinfocolando i malesseri sopiti di una società traboccante di desideri repressi, frustrazioni e nevrosi inconsce incapaci di sublimarsi in alcun percorso formativo, pedagogico e migliorativo. L’ignoranza del contenuto, o meglio l’emarginazione a cui il contenuto è stato relegato negli ultimi decenni, ha per effetto principale l’abbrutimento del linguaggio e il suo crescente depotenziamento. La diffusa tentazione al non-pensiero e la susseguente perdita di un giudizio critico si inscrivono all’interno di un più ampio processo di eliminazione della capacità di articolare ragioni e di esprimerle attraverso un linguaggio che sia consono ed adeguato; ciò comporta una progressiva dipendenza dalle parole altrui, un assoggettamento passivo a nugoli di discorsi ormai inevitabilmente conformatisi ad uno standard di ricezione che ne ha abbassato notevolmente il calibro e il valore intrinseco, in un meccanismo ciclico e ripetitivo in cui ogni fattore gioca al ribasso.

Ecco che a discapito dell’approfondimento e della volontà di dare senso agli avvenimenti circostanti, altri fenomeni, più o meno antichi, vengono rivalutati e galvanizzati: l’insulto, il pregiudizio, la violenza verbale e non

In un momento storico in cui ogni spinta conoscitiva pare essere sopita, ad averla vinta è la mediocrità rancorosa di coloro che si accontentano del sapere precostituito e inscatolato, o dello pseudosapere che è sempre contro- e anti-. Inabili a sostenere il peso difficoltoso – eppure così liberatorio – di un’attività mentale aperta, fervida e mai doma, essi finiscono con il denigrare in maniera sorprendentemente volontaria la loro stessa persona con atteggiamenti di superbia e superiorità mai come ora in alcun modo legittimi o giustificabili. Figure che cedono alla spersonalizzazione, privandosi degli ultimi residui di autoconsapevolezza, divenendo manichini automatizzati, capaci unicamente di gridare con forza slogan vuoti e simpatizzare per posizioni, siano esse politiche, culturali, morali, non derivate da un reale, autonomo e originale sviluppo cognitivo, riflessivo, meditativo. Il progredire di una fenomenologia della vacuità inficia e modifica in modo invasivo quella scala di priorità che, più o meno rispettata, è stata sempre terreno di condivisione, dall’illuminismo in poi, delle società occidentali. Ne vien fuori un quadro capovolto in cui i perni che prima reggevano la tela si ritrovano gettati a terra e calpestati da una folla frettolosa che non ricorda più nemmeno il soggetto della tela stessa. La dialettica singolo-collettività si sviluppa battendo strade nuove, rendendosi flessibile alle eventualità e ai contesti; l’individuo forte e dai toni muscolari strumentalizza la massa, facendo germogliare in essa i semi della propaganda, della retorica e della falsità, e al contempo viene osannato, quasi santificato, perché incarna e veicola, anche plasticamente – per interesse più che per dedizione o convinzione – il sentire comune e le pulsioni sotterranee e latenti, un tempo represse, che la pluralità ha finalmente la possibilità di assecondare in maniera manifesta. D’altronde, come spiegavano benissimo più di settant’anni fa Adorno e Horkheimer: «Se nella psicologia delle masse odierne il capo non rappresenta più tanto il padre quanto la proiezione collettiva e dilatata a dismisura dell’io impotente di ogni singolo, le persone dei capi corrispondono effettivamente a questo modello. […] Una parte della loro influenza morale deriva proprio dal fatto che essi, come di per sé impotenti, e simili a chiunque altro, incarnano – in sostituzione e in rappresentanza di tutti – l’intera pienezza del potere, senza essere perciò nient’altro che gli spazi vuoti su cui il potere è venuto a sposarsi» (Dialettica dell’illuminismo, Torino, 1996). Lo stesso consenso plebiscitario e personalistico è di fatto spoliticizzato, più attinente a motivazioni psicologico-sentimentali che ai concreti fatti politici, alle proposte organizzative, alle norme potenziali da attuare. Scrive Habermas a tal proposito: «Gli appelli gestiti secondo “parametri psicologici” accuratamente accertati e verificati sperimentalmente debbono perdere quanto più possibile ogni rapporto con i princìpi politici programmatici e con argomenti di fatto, se vogliono funzionare efficacemente da simboli di identificazione» (Storia e critica dell’opinione pubblica, Bari, 2005).

Il progredire di una fenomenologia della vacuità inficia e modifica in modo invasivo quella scala di priorità che, più o meno rispettata, è stata sempre terreno di condivisione, dall’illuminismo in poi, delle società occidentali

In questa continua altalena di superficialità e impotenza, la reale valenza delle cose viene a perdersi, si distorce, poiché si sgretolano innanzitutto fenomeni di ricerca imperniati sull’approfondimento di stessi e del proprio sentire, delle proprie qualità morali e del proprio sostrato civico, preferendo a tali incombenze la via più corta e meno difficoltosa dell’insipienza, della cecità e della villania. La definitiva marginalizzazione della mediazione, come pratica prima intellettiva che pragmatica, causa l’allontanamento progressivo dell’opinione pubblica del fatto giornalistico e/o culturale, la delegittimazione di una dialettica creativa e il rifiuto di una tensione elaborativa e dubitativa, ormai oscurata dal dire assertivo e dal tono affermativo sprovvisto di se e di ma. I modelli (dis)educativi oltrepassano gli oramai vani e deboli filtraggi di scuola e famiglia – istituzioni debolissime, anch’esse profondamente bisognose di riformarsi – per imporsi in maniera trasversale attraverso i new media, riuscendo addirittura a fare a meno del mezzo televisivo, sempre più ignorato dalle generazioni nate a cavallo del XXI secolo. Anzi, gli esempi che raggiungono popolarità e successo vivono e trionfano proprio grazie agli input comportamentali e relazionali su cui si plasmano e su cui basano il loro modus operandi, palesando fastidio e una non nascosta insofferenza nei confronti delle istituzioni tutte, un’accusa feroce verso lo status quo e l’incapacità di sottostare alle leggi scritte e non scritte – residui d’un tempo borghese decaduto – che regola(va)no il vivere sociale. Le categorie dell’immediatezza, della rapidità, del multitasking, della connessione istantanea e continua hanno sostituito con una rapidità disarmante capacità fondamentali elaborate attraverso attività e processi meno estemporanei ed appariscenti, come l’approfondimento, la ricerca, l’analisi, lo studio, ostracizzando l’idea stessa di passato – inteso come background storico ed esperienziale mai sopito, i cui processi interni hanno delineato e continuano tuttora ad influenzare per gran parte la realtà attuale e il mondo contemporaneo – , venendo dunque ad instillare una frattura che pare insanabile, nel bene e nel male, tra l’oggi e lo ieri. Nulla di ciò che è stato pare riuscire a penetrare attraverso le maglie di questo nuovo presente ultrapresentizzato, tranne allusivi retaggi d’antiche ideologie perverse e dannose.


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